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Anton Pannekoek: una vita tra scienza e politica / di Corrado Malandrino


Overview


Un pensatore dimenticato o superato?

Il pensiero rivoluzionario di Anton Pannekoek conobbe una certa fortuna durante il Sessantotto – pur in gruppi ristretti dell’estrema sinistra antiautoritaria e operaista europea. Se ne valorizzarono soprattutto le teorie definenti il sistema sovietico come capitalismo di Stato dittatoriale e, in contrapposizione, il comunismo autogestionario dei consigli come unica forma liberatrice ed emancipatrice della classe operaia internazionale. Era questa la parte più suggestiva e finale, appartenente agli anni tra le due guerre mondiali, dell’elaborazione politica di un autore che ebbe respiro storico e culturale più ampio e complesso. A mio avviso, le premesse importanti della sua elaborazione teorica – specie in relazione alle idee sulla potenzialità dell’azione rivoluzionaria diretta e della spontaneità proletarie – appartengono al primo ventennio del Novecento, agli anni delle polemiche con Kautsky e contro il tradimento delle socialdemocrazie culminate con il crollo della Seconda Internazionale e con la fase rivoluzionaria dal 1917 al 1921. Dopo questa data, in realtà, Pannekoek non fu più attivo politicamente, guardò alle vicende del movimento operaio socialista e comunista dall’alto – pur senza sentirsene estraneo – del suo posto di direzione scientifica dell’Osservatorio astronomico di Amsterdam. Le teorie successive al 1921 furono pertanto una esplicitazione di premesse maturate a partire dal 1909 (1).

Dopo il Sessantotto, con la deriva terrorista da un lato e l’imporsi di una prospettiva riformista dall’altro, si esaurì generalmente l’attenzione ‘politica’ nei confronti del pensiero di Pannekoek. In Olanda, però, grazie all’opera di archivisti e ricercatori dell’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis e di Ben Sijes (2), fu ordinato e aperto alla consultazione l’archivio delle sue carte. La presenza, inoltre, di personaggi appartenenti all’antico radenbeweging (movimento dei consigli) – di cui l’Olandese, ancorché da indipendente, era stato l’esponente di maggior prestigio internazionale – favorì una limitata diffusione del suo pensiero, pur segnata dalle angustie di un approccio essenzialmente ideologico militante e non scientifico, quale quello che caratterizzò appunto gli scritti di autori come Cajo Brendel (3), seguace del consiliarismo di Pannekoek.

In Francia e Germania federale, grazie ai rapporti che Pannekoek mantenne fino alla sua scomparsa con personalità e gruppi dell’estrema sinistra, si ebbe fra gli anni Sessanta e Settanta un pronto recupero della polemica antileninista, delle teorie consiliari, delle istanze dell’azione e del potere «diretti» del proletariato. In Francia ciò avvenne soprattuto con la pubblicazione dell’antologia di Serge Bricianer, in Germania con gli scritti di Hans Manfred Bock e di Frits Kool1. Bricianer e Bock furono più attenti a collegare le teorie consiliariste di Pannekoek alla concezione complessiva che questi ebbe del marxismo nella sua versione «ortodossa», che Pannekoek intendeva nel suo radicale collegamento ‘purista’ al pensiero di Marx, e che sempre rivendicò polemicamente anche nei confronti del maggior teorico tedesco dell’ortodossia marxista, Karl Kautsky.

In Italia non vi furono negli anni Sessanta sforzi analoghi di recupero del pensiero di Pannekoek. Dopo la riedizione dei due libri maggiori (5), carenti di apparato critico e ricostruttivo, occorrerà aspettare il 1973 per vedere apparire il prima saggio importante di Paul Mattick sul teorico olandese del comunismo dei consigli, al quale lo stesso Mattick in gioventù aveva aderito (6). Negli anni Ottanta Corrado Malandrino pubblica la prima (e finora unica, a livello internazionale) biografia politica e intellettuale a tutto tondo su Pannekoek, scientificamente condotta su tutte le fonti primarie d’archivio e secondarie, e munita di una completa bibliografia critica di e sull’autore (7). Da allora non sono più apparse monografie di rilievo su Pannekoek, ma solo qualche brano o capitolo in pubblicazioni aventi oggetti d’interesse più vasti (8), che non hanno apportato alcuna novità a quanto assodato, né per la conoscenza dei contenuti né per l’interpretazione. Pannekoek non ha più rappresentato un punto di riferimento ideale o ideologico per i vari movimenti sedicenti rivoluzionari e/o più o meno sovversivi apparsi negli anni Ottanta e Novanta, e tanto meno per le frange arrabbiate di «no global» o «disobbedienti» degli anni Duemila.

Dunque è lecito domandarsi: Pannekoek dimenticato o superato? Da quanto seguirà, si capisce che l’opinione di chi scrive è che sia stato dimenticato perché superato proprio nelle teorie politiche che più furono riprese negli anni Sessanta e interessarono nei decenni passati. Teorie che sono rese obsolete dalla scomparsa del ‘proletariato’, ovvero della classe operaia e del movimento operaio come soggetti «forti» della vita sociale e politica della fase finale del Novecento. In questo senso, è stata la ‘fine’ di una storia. Ma proprio a questi soggetti, alla loro presuntavocazione rivoluzionaria, espressa nella forma data dal marxismo, fu inestricabilmente legato, con qualche contraddizione interna, tutto il pensiero di Pannekoek. Pensiero e vita politica di Pannekoek trassero infatti la loro ragion d’essere da una scelta fondamentale: il rifiuto delle conseguenze ingiuste e immorali della divisione sociale in due classi, l’una padrona, dominatrice, sfruttatrice, composta di un’infima minoranza di privilegiati; l’altra serva, dominata, sfruttata, ma rappresentante l’immensa maggioranza produttrice della popolazione. Tale intuizione della realtà fu il risultato di una sensibilizzazione di natura morale prima che politica. Pannekoek si convinse dell’insostenibilità di un regime sociale e istituzionale liberaldemocratico ispirato astrattamente agli ideali di libertà e di uguaglianza che poi, in pratica, si reggeva sull’esistenza di un contrasto radicale indefinitamente ineliminabile fra classi antagoniste.

Di qui la crisi che lo condusse all’accettazione di un’idealità alternativa a quella iniziale liberal-progressista, di un progetto rivoluzionario capace di risolvere ‘la’ contraddizione sociale attraverso due requisiti essenziali. In primo luogo, perché era frutto di una visione scientifica della vita degli uomini e della realtà materiale. In secondo luogo, perché era dotato di radicalità estrema e di autonoma capacità di penetrazione politico-istituzionale. Il socialismo marxista nella vulgata rivoluzionaria kautskiana sembrò per molti anni a Pannekoek la soluzione giusta. Egli comprese di essersi sbagliato molto tardi. Capì a qual punto il legalitarismo, il nazionalismo, lo statalismo avevano fatto breccia nel partito «più marxista» della Seconda Internazionale solo a ridosso della prima guerra mondiale, motivando dapprima la critica all’ideologia riformista socialdemocratica per l’incapacità di queste di fronteggiare con successo la marea imperialista.

Il crollo del socialismo internazionalista seguito alla prima guerra mondiale non gli fece comunque modificare l’impostazione generale del problema politico. Egli pensò che se i partiti socialdemocratici avevano fallito, e con essi lo specifico dell’ideale socialdemocratico elaborato nell’ultimo quarto del secolo diciannovesimo, occorreva allora rifarsi al modello marxiano originario più puro, a organizzazioni più agili e coerenti con la loro precipua funzione illuminatrice e soprattutto all’intervento diretto delle masse proletarie, in luogo della delega parlamentare e sindacale, cui in definitiva veniva attribuita una funzione opportunistica e corruttrice. Occorreva lottare sì per l’instaurazione del socialismo, ma ciò non poteva avvenire con gli strumenti dello Stato borghese, ma attraverso la predisposizione di strumenti di potere alternativi espressi dalla classe operaia. Tale lotta era da concepire come il processo, al cui buon fine avrebbero giovato vittorie e sconfitte, di costruzione del soggetto attivo rivoluzionario, ossia della coscienza della classe operaia in quanto onniproduttrice, autoregolatrice, padrona dei mezzi di produzione e perciò autogovernantesi, nelle condizioni storico-culturali dell’occidente capitalistico sviluppato. Suo fine sarebbe stata la distruzione dello Stato borghese.

A quel punto, senza che ne avesse piena consapevolezza, Pannekoek si era discostato, relativamente alle forme di risoluzione del problema centrale all’origine del suo impegno politico, dall’impostazione marxista, non solo di tipo socialdemocratico, bensì marxista tout court e utilizzava già confusamente forme ideologiche mediane tra marxismo e concezioni socialiste libertarie contemporanee e precedenti Marx. Negli anni tra le due guerre mondiali, e ancor più nel secondo dopoguerra, le idee sociali e politiche di Pannekoek – con speciale riguardo ai problemi organizzativi e istituzionali – furono pertanto ispirate al tentativo di armonizzare la primigenia formazione marxista con l’esigenza di libertà, di autodeterminazione e autogoverno della classe operaia nel corso della sua lotta autoliberatrice che assumeva connotati sempre meno politici e più marcatamente sociali ed etici. Ciò rese necessario il ricorso implicito in Pannekoek, ma raramente dichiarato, a concezioni che avevano preceduto o accompagnato il pensiero di Marx e di Engels, e che anzi storicamente si erano trovate su posizioni conflittuali con esso. Nonostante questo, Pannekoek non rinunciò mai ad autodefinirsi marxista. La causa di una simile contraddizione interna fu di origine filosofico-scientifica. Nel marxismo – visto come concezione storico-materialista e metodo dialettico-relativista (a cagione del rilevante influsso del pensiero di Joseph Dietzgen da lui molto valorizzato) di indagine storica e sociale, e infine come guida all’azione del proletariato – Pannekoek ritenne di trovare la struttura logica basilare della propria Weltanschauung. Il marxismo fu per lui «la» teoria della società industriale fondata sul ruolo protagonista della classe operaia, la classe produttrice per eccellenza. Le ideologie social-democratiche e comuniste erano caratteristiche di frazioni radical-democratiche della borghesia di differenti paesi a diversi gradi di sviluppo socio-economico, che avevano ritenuto di sfruttare la forza politica della classe operaia per meglio conseguire i propri fini di potere. La classe operaia avrebbe dovuto rifiutarle e cercare autonomamente di creare proprie forme di organizzazione e di espressione politica sulla base delle quali edificare il suo modello sociale consiliare, unificante sostanzialmente le sfere di cultura, società, politica e produzione e perciò antitetico a quello borghese, dissociante la cultura dalla politica e dall’economia. Su questa strada era inevitabile il ricorso a pensatori come Owen e Proudhon. Senonché Pannekoek non ammise mai, salvo in qualche rara occasione, i debiti nei loro confronti, restando contraddittoriamente attaccato a pregiudizi marxisti ortodossi, sia pure tradotti in linguaggio più radicale.

La mancanza di contaminazioni, di apertura alle novità, giocò contro lo sviluppo delle potenzialità innovatrici del suo pensiero. Vinse una tendenza all’astrazione dottrinaria, in lui presente e corroborata nella fase della formazione e dell’attività socialdemocratica nel segno dei kautskismo. Molto spesso questa abitudine gli fece velo nei confronti di fatti e tendenze reali, nella cultura, nella politica e nella società, inibendogli la capacità di stabilire una relazione critica, ma nel contempo più elastica e comprensiva nei loro confronti. Tale atteggiamento pesò anche nei giudizi dati sulle correnti culturali coeve estranee al marxismo o criticamente vicine a esso, nei cui riguardi Pannekoek dimostrò un atteggiamento «militante» assai rigido. Cosicché egli rimase in bilico nello sviscerare i problemi connessi al rapporto tra libertà, democrazia e socialismo, da un lato prigioniero di una visione inflessibilmente classista, che mostrava in più punti segni di staticità e di obsolescenza, che gli consentì solo in misura ridotta di accorgersi delle profonde modificazioni strutturali intervenute nel corso del secolo Ventesimo rispetto alla funzione produttiva e sociale della classe operaia e di altre classi. Da un altro lato, per quanto Pannekoek abbia paradossalmente valorizzato nell’ambito del marxismo la funzione dei fattori spirituali e culturali nella lotta di classe, la sua formazione positivistico-scientifica non gli permise di rendersi conto fino in fondo del ruolo giocato dalle componenti umane irrazionali, dalle pure passioni politiche nella vita associata. Da qui, di volta in volta, ebbero origine semplificazioni e radicalismi eccessivi. Tutti questi rilievi non possono, però, metter in ombra il ruolo conquistato da Pannekoek nel socialismo marxista, in quanto teorico di una società senza classi, fondata sulla libertà e sull’eguaglianza dei produttori, in una parola dell’autogestione consiliare.


Pannekoek come astrofisico ed epistemologo

Se di Pannekoek come teorico politico valgono le cose finora dette, non allo stesso modo, a mio avviso, si può pensare del Pannekoek scienziato astrofisico ed epistemologo. In tali campi d’attività, anzi, la sua produzione intellettuale fu e resta significativa ed è stata finora poco studiata, considerati i riflessi che ebbe sulla critica filosofica rivolta al pensiero di Lenin. Di fronte ad un’ampia pubblicistica teorico-politica, all’intervento propagandistico diretto nella politica attiva, per oltre un quindicennio condotta all’insegna della partecipazione totale, si deve anche prendere atto dell’esistenza (prima, durante, ma soprattutto dopo la fase dell’impegno quasi professionale in politica) di una mole altrettanto, ma forse relativamente più importante, di opere scientifico-astronomiche ed epistemologiche. Per queste ragioni, prima di presentare i risultati della sua teoria politica, mi pare necessario ricordare gli elementi principali della sua ricerca scientifico-astronomica ed epistemologica.

Fatta eccezione per il decennio 1906-1916, nel quale Pannekoek, lontano dagli ambienti universitari, pubblicò solo articoli di mera divulgazione astronomica, per tutto il resto della vita egli produsse, con una continuità sorprendente, lavori scientifici e tecnici di livello molto elevato (9). Dal 1888 il quindicenne Anton attendeva alla redazione meticolosa dei dagboeken astronomici, ma il suo primo incontro con l’astronomia datava dal 1885. Sicché egli, nel 1944, poteva affermare che la sua prima esperienza nell’astronomia datava da «due orbite di Saturno», cioè da cinquantanove anni addietro (10). Il periodo di più intesa attività scientifica va però collocato tra il 1918 e il 1946 (11) e coincide grosso modo con la sua carriera universitaria, in massima parte svolta presso l’Istituto e l’Osservatorio astronomico di Amsterdam, fondati nel 1921 dallo stesso Pannekoek e da lui diretti fino al momento del pensionamento durante la seconda guerra mondiale. Le prime prove astronomiche, da dilettante, all’Università di Leida, erano state sviluppate sul terreno tradizionale della meccanica celeste o dell’astronomia pratica. Tuttavia, già nei primi anni del novecento, gli interessi di Pannekoek si erano spostati su un’altra branca dell’astronomia, l’astrofisica, che stava allora nascendo, ma era destinata a grandi progressi. La «scelta di vita» del 1906, di dedicarsi completamente alla causa della rivoluzione proletaria e di espatriare, tolse al promettente giovane astronomo ogni possibilità di affermazione scientifica. Lo dimostra un episodio significativo (12). Nel 1905 Ejnar Hertzsprung, chimico e astronomo danese, uno dei fondatori della moderna astrofisica, sulla base di una serie di prove sperimentali sugli spettri stellari era giunto alla conclusione che occorreva distinguere le stelle tra diverse classi di grandezza. Ne derivò la classificazione tra stelle nane e giganti (cui, in seguito, furono aggiunte le supergiganti). Ma gli esperimenti di Hertzsprung erano pionieristici, restarono poco noti e furono confermati solo dalle elaborazioni successive dello stesso astronomo danese e da quelle sviluppate, indipendentemente dalle sue, dall’americano Henry Norris Russel. Nel 1914 si arrivò alla costruzione di un grafico, noto appunto come diagramma H-R o Hertzsprung-Russel, che serviva a determinare le grandezze assolute di un numero sempre maggiore di stelle in funzione della temperatura superficiale o del tipo spettrale.

Il decennio antecedente la prima guerra mondiale fu decisivo per il destino dell’astrofisica che in quegli anni mosse i primi passi, accrescendo il suo ruolo durante la guerra mondiale e nel primo dopoguerra. Nello stesso momento in cui Hertzsprung completava i suoi esperimenti spettrografici, nel 1905, Pannekoek stava avvicinandosi, autonomamente, alle medesime conclusioni, anch’egli per via di osservazione visuale e spettrografica, come stanno a dimostrare alcune memorie scientifiche pubblicate tra il 1905 e il 1906 (13). In sostanza egli notò che «tra le stelle luminose rosse dovevano essercene di due tipi: le giganti e le nane. Come Hertzsprung, egli lo scoprì sulla base del fatto che un tipo aveva un movimento caratteristico e una parallasse molto piccoli e perciò doveva essere molto distante, mentre l’altro metteva in evidenza grandi movimenti specifici e parallassi» (14). Di qui la conclusione che occorreva distinguere diversi gruppi di stelle aventi peculiari costituzioni da indagare ulteriormente. Senonché il valore delle rivelazioni di Hertzsprung fu messo in luce dai suoi studi successivi e dall’evoluzione astrofisica dell’astronomia, mentre Pannekoek nel frattempo si estraniò pressoché completamente dalla ricerca scientifica e per molto tempo restò fuori da ogni possibilità di incidere sugli orientamenti della nuova disciplina (15). Negli anni dell’impegno politico egli si potè permettere di coltivare nel tempo libero, con vero e proprio zelo erudito, solo la storia dell’astronomia (16). Il progetto di redigere una storia popolare dell’astronomia risaliva al 1903 e fu sviluppato soprattutto durante il periodo berlinese. Pannekoek condusse le sue ricerche sull’antichità sulla scorta dell’opera dell’astronomo e assiriologo F.X. Xugler. Egli concepiva la storia dell’astronomia non solo come storia delle scoperte astronomiche, o delle grandi personalità a partire dagli antichi Caldei, Babilonesi o Egiziani, per arrivare ai protagonisti della rinascita dell’astronomia come scienza esatta, Galilei, Copernico, Newton, Tico, Keplero. Il suo tentativo consisteva anche nel collegare strettamente il progredire della scienza astronomica con il divenire delle condizioni materiali e sociali e culturali. In questo senso lo studio si inseriva perfettamente nel programma di ricerca scientifica complessivo che egli aveva definito per la sua vita. Le ricerche storico-astronomiche di Pannekoek culminarono nella pubblicazione della Storia dell’astronomia. L’opera era stata concepita e scritta soprattutto con finalità pedagogiche e divulgative ma si segnalava altresì per l’erudizione messa in mostra specie riguardo all’astronomia antica e rinascimentale (17).

Fu anche grazie ai risultati accumulati in questa materia che egli potè riannodare di nuovo, tornato in Olanda nel 1914, i rapporti con l’ambiente scientifico (18). Il reinserimento non fu semplice né facile. Infatti, se gli antichi colleghi di Pannekoek, consapevoli del suo valore, non ebbero alcuna remora a riaccoglierlo nella loro comunità, le cose stavano diversamente per chi considerava preminente il giudizio politico sulla vita pubblica di Pannekoek. Pertanto quando, dopo alcuni anni di insegnamento delle discipline matematiche e fisiche in istituti superiori a Hoorn e a Bussum (19), si presentò l’occasione di un inserimento prestigioso a livello accademico, esso fallì proprio a causa di una discriminazione politica (20).

Nel 1919 Willem de Sitter, coetaneo e vecchio amico di Pannekoek, tra i primissimi fisici relativisti, ordinario di fisica e astronomia all’Università di Leida e dal 1917 nominato direttore dell’osservatorio locale, aveva proposto alle autorità governative responsabili di designare lo stesso Pannekoek ed Hertzsprung vicedirettori, con il compito di seguire differenti specialità nelle applicazioni pratiche e astrofisiche. Senonché nello stesso lasso di tempo era giunta alla sua fase più acuta la crisi rivoluzionaria che percorreva l’intera Europa e nella quale Pannekoek si era messo in mostra in un primo momento non usando alcuna precauzione, come ad esempio l’uso di pseudonimi. Tra il marzo e l’agosto del 1919 si bruciò rapidamente anche l’esperienza della repubblica ungherese dei consigli, il cui destino fu motivo di apprensione, per motivi opposti, per lo schieramento rivoluzionario e conservatore in tutti i paesi europei. Le sue vicende vennero seguite con molta attenzione anche in Olanda. Era l’epoca in cui stavano sorgendo i primi dubbi in Pannekoek sulla tattica proposta dai bolscevichi tramite Radek e fatta propria dai comunisti tedeschi. L’olandese comunque non dedicò interventi particolari alla questione ungherese né si mise in luce in alcun modo. Ciò nonostante, in un giornale apparve il suo nome tra coloro che sostenevano la causa dei rivoluzionari ungheresi, seguito dalla sottolineatura del fatto che proprio lo stesso «dr. Pannekoek» stava per essere assunto dal governo in un posto di responsabilità di alto livello. Ciò bastò perché de Sitter fosse convocato all’Aja e su di lui venissero esercitate pressioni per recedere dalla proposta. Il tentativo andò così a monte. Poco dopo fu offerta invece a Pannekoek la possibilità da parte di Lutzen E.J. Brouwer l’insigne fondatore della matematica intuizionistica – di un inserimento nell’Università comunale di Amsterdam, che egli accettò (21). Divenne così dapprima incaricato, quindi, nel 1925 docente di astronomia presso la stessa università e nel 1932 professore ordinario. Da quel momento egli si concentrò nell’attività scientifica e identificò la sua opera con la costruzione dell’Istituto e dell’Osservatorio di Amsterdam e con l’avvio di un vasto programma di ricerche, coordinato con l’Osservatorio di Kapteyn a Groninga e con de Sitter a Leida, che, cominciato nel 1921 si protrasse fino al 1944. La completa adesione alla vita scientifica spiega il fatto che per gli anni ’20 e ’30 Pannekoek non attese ad alcuna iniziativa politica pratica, limitandosi a un lavoro di riflessione critica all’interno di minuscoli movimenti ai margini del movimento operaio, olandese e internazionale.

Il programma scientifico di Pannekoek può essere sistematizzato luogo tre filoni fondamentali di ricerca: la strutturazione cosmografica del sistema stellare della Via Lattea; lo studio sperimentale delle atmosfere e del nucleo stellare; la storia dell’astronomia (22). Colleghi e discepoli hanno sottolineato che la natura peculiare di Pannekoek in quanto astronomo fu prima di tutto quella dell’osservatore. Molte delle fatiche sue e dei suoi collaboratori furono pertanto indirizzate, con l’ausilio di osservazioni effettuate con tecniche spettrometriche e fotografiche, alla stesura di mappe stellari dell’emisfero boreale e australe, quest’ultimo esplorato in occasione di un soggiorno presso l’istituto astronomico «Bosscha» della colonia olandese di Lembang (Giava) (23).

Contemporaneamente, attraverso numerose pubblicazioni, Pannekoek svolse una complessa attività, fatta di resoconti sugli spettri e di pura elaborazione modellistica, tesa alla determinazione della distanza, delle dimensioni e della struttura della galassia. Notazioni importanti furono inoltre fatte a proposito delie sfumature dei colori presenti nella Via Lattea, una volta messe in relazione con lo studio delle popolazioni stellari. In effetti le sfumature rosse da lui rilevate in taluni settori furono assunte poi come criterio per la datazione di talune popolazioni stellari tra le più antiche (24).

Pannekoek si mise in luce ben presto per l’impulso dato a un altro filone di studi, quello sulle nebulose oscure. In tale àmbito egli mise a punto il primo metodo esatto di analisi e proprio per i risultati ottenuti negli studi delle nebulose oscure della costellazione del Toro gli fu conferito il titolo di dottore «honoris causa» nel 1936 dall’Università americana di Harvard (25). Pannekoek è anche per questo con- siderato tra i fondatori della scuola astrofisica olandese. In collaborazione con l’astronomo canadese John Stanley Plaskett (1865-1941) egli sviluppò la fotometria quantitativa fotografica degli spettri stellari elaborando uno strumento di base comparativo per lo studio quantitativo delle proprietà fisiche delle stelle, come la temperatura, la pressione e la composizione chimica delle loro atmosfere (26). A partire dal 1924, dopo aver assimilato (ormai cinquantenne) i risultati della fisica relativistica e quantistica, egli cercò di applicarli all’astronomia, muovendosi sulle orme di un altro geniale anticipatore di tale settore di studi, Arthur S. Eddington (27). Rivelatore della grande fatica, sua e di pochi altri, posta a capire le teorie einsteiniane è un aneddoto, raccontato dallo stesso Pannekoek nell’autobiografia e accaduto all’epoca in cui Albert Einstein, tra il 1918 e il 1920, era spesso professore-ospite della facoltà di fisica di Leida, dove appuntò insegnavano Lorentz, De Sitter e Paul Ehrenfest. Nel corso di un seminario tenuto nel 1919, l’oratore (Einstein) non riusciva a far comprendere al pubblico estremamente selezionato, tra cui si trovava anche Pannekoek, alcuni passaggi piuttosto ostici del suo ragionamento. Alla fine, stanco di ripetersi e spazientito proruppe in questa battuta: «Ah, Lorentz, ti dispiacerebbe spiegare a questa gente che cosa voglio dire!» (28).

Nell’astrofisica Pannekoek si applicò particolarmente all’investigazione delle atmosfere stellari. Egli contribuì anche allo sviluppo di nuove metodologie2. In particolare, Pannekoek fu tra i primi astronomi ad applicare sistematicamente la legge di ionizzazione del fisico e astronomo indiano Megh Nad Saha allo studio delle atmosfere stellari (30). Nel 1927, in occasione dell’eclissi solare, egli diresse una spedizione scientifica in Lapponia e, a seguito delle osservazioni eseguite, redasse alcune memorie incentrate sull’analisi della cromosfera e della corona solare e stellare, dove suggeriva l’applicazione di una curva di crescenza per le linee spettrali, che è rimasta insuperata fino a tutti gli anni cinquanta (31). Le molteplici iniziative intraprese da Pannekoek negli anni tra le due guerre nei vari àmbiti dell’astronomia lo condussero spesso in lunghi viaggi attraverso i continenti (specie nell’America del Nord) (32). Vale ricordare che, a conclusione di una carriera prestigiosa, Pannekoek, già professore emerito dell’Università di Amsterdam, fu insignito delle massime onorificenze cui poteva aspirare un astronomo: la medaglia d’oro della Royal Astronomical Society inglese nel 1951, dopo che dal 1936 era socio onorario dell’American Astronomical Society. Al termine dei Ricordi d’astronomia (33), Pannekoek affermava, con legittimo orgoglio, che in vent’anni di lavoro era stato costituito ad Amsterdam «un centro in cui le questioni astrofisiche, concernenti in special modo le stelle, formavano un punto fondamentale» delle sue attività, la cui posizione d’avanguardia era peraltro riconosciuta nella comunità scientifica. Ma, più modestamente egli concludeva che il suo scopo, perseguito attraverso indagini metodologiche e scoperte nei particolari settori di ricerca, era stato di incoraggiare le giovani menti che si volgevano allo studio dell’astronomia, di apprestare loro una base e di offrire loro una possibilità di applicazione e di lavoro e, per questo, aveva lottato e intendeva continuare a farlo, adempiendo completamente al proprio dovere (34).


Il dibattito epistemologico

«La scienza non è fine a sé stessa; deve servire alla vita pratica degli uomini e il suo scopo è di prevedere l’effetto di ogni attività pratica intenzionale» (35). Con queste parole, nelle mutate condizioni culturali degli anni ’30, Pannekoek riprendeva un motivo tipico della giovinezza: lo scopo della scienza era di dare una spiegazione razionale del mondo per operare in esso. Questo era il nocciolo della mentalità positivista che, a seguito delle critiche mosse alle sue degenerazioni scientiste, rischiava di esser messo da parte. Ma, al di là della finalizzazione «morale» delle scienze che aveva accomunato indirizzi di pensiero per altri versi distanti, come il neokantismo e il marxismo, importava a Pannekoek occuparsi del fondamento teoretico che ne stava alla base, cioè del suo aspetto gnoseologico, consistente nell’affermazione del nesso causale che stava all’origine della definizione della legge scientifica nel secolo decimonono e che, viceversa, veniva posto in discussione dalle nuove scoperte scientifiche nel ’900 e apertamente rifiutato dalle nuove filosofie metafisiche. In un siffatto clima culturale, dove la nozione di crisi del sapere tramandato dal secolo precedente si univa nel corso della prima guerra mondiale e nel primo dopoguerra alla crisi dell’identità europea e dei valori storici, morali e istituzionali a essa connaturati, Pannekoek riprese alcuni motivi di critica storico-culturale e di filosofia della scienza e della conoscenza, che già erano comparsi nella fase di riflessione giovanile sulla filosofia di Kant e il marxismo. È interessante notare due cose. In primo luogo che questa forma di riflessione, in qualche modo da lui trascurata durante il periodo «tedesco», ridiventò abituale nella tarda maturità collocandosi però in subordine all’attività scientifica propriamente detta e a monte del suo pensiero socio-politico. In secondo luogo, che il suo sistema di riferimenti filosofici, pur restando sempre ben ancorato al materialismo storico dialettico, nell’accentuata caratterizzazione filosofica ricavata dal monismo dietzgeniano, si arricchì di nuovi e proficui contatti, benché critici, con l’indirizzo neopositivistico del Circolo di Vienna e in particolare della sua componente berlinese, rappresentata da Hans Reichenbach (36).

Quasi al termine della prima guerra mondiale Pannekoek aveva pubblicato sulla «Nieuwe Tijd» un’estesa disamina del pensiero di due scienziati olandesi, Johannes Paulus Lotsy e Philip Abraham Kohnstamm, che, a suo avviso, dal rifiuto giustificato di concepire l’essenza e il ruolo della scienza nei termini ottocenteschi, erano indotti a convinzioni misticheggianti (37). Entrambi gli fornivano il destro per discutere quella che a lui sembrava una caduta della classe borghese (di cui i due scienziati erano considerati portavoce intellettuali) in una crisi di prospettive la cui unica via di uscita veniva vista nei ritorno reazionario al passato (37). In sostanza Pannekoek riproponeva il modello di critica sociologico-culturale marxista già applicato per l’opera e l’epoca di Kant: Lotsy si era avvicinato al vitalismo bergsoniano; Kohnstamm deduceva dalla rinuncia al carattere acriticamente materialistico e deterministico-causale delle leggi naturali, nell’accezione generalmente vigente nella seconda metà dell’800, l’accettazione di una spiegazione religiosa del mondo, fondata sull’esistenza necessaria di un creatore. Per entrambi il comportamento sociale degli uomini era ridotto a impulsi essenzialmente istintivi e incomprensibili per natura. In queste tesi Pannekoek vedeva la prova di come andasse sorgendo «nel secolo XX nelle fila della borghesia e degli intellettuali un cristianesimo positivo» (39), che postulava un ordine immutato delle cose e contestava qualsiasi fondamento all’idea di evoluzione.

In Pannekoek le esigenze di una critica filosofico-scientifica si accompagnavano sempre a quelle politiche di classe ed entrambe avevano il baricentro in una tematica epistemologica. I due fisici discussi ricavavano le loro asserzioni contro i! ruolo positivo delle scienze naturali (e, in ultima analisi, a favore di concezioni misticizzanti dell’uomo e della storia) appoggiandole a lunghe considerazioni riguardanti diversi aspetti teorici della fisica contemporanea. Adottando lo stesso procedimento e traendo esempi dall’astronomia e dalla cinetica dei gas, Pannekoek aveva cercato di rintuzzare le loro osservazioni. Ma il clou della confutazione era costituito dal paragrafo incentrato sulla «detronizzazione della scienza naturale operata da Kohnstamm» (40). Secondo Kohnstamm le sempre più numerose eccezioni verificatesi all’opera-re di alcune leggi fisico-naturali avevano finito per togliere alla legge scientifica il carattere deterministico e predittivo derivatogli dal suo essere fondato sul nesso causa-effetto.

Traspariva da un simile ragionamento, a parere di Pannekoek, una concezione superata della legge naturale, tipica dei pensatori del materialismo volgare e già attaccata dal rinnovamento empiriocriticista dell’ultimo quarto del secolo precedente. Kohnstamm aveva perso fiducia nell’operare rigoroso di leggi viste come interne alla natura, a cui questa doveva conformarsi. Ma tali leggi, secondo Pannekoek, se esistevano, erano certamente fuori della portata conoscitiva umana. Le affermazioni di Kohnstamm rivelavano che egli non aveva compreso il significato, tra l’altro, dell’indirizzo convenzionalistico. Ben diversi erano l’essenza della legge naturale e i limiti della sua efficacia. «Una legge naturale – precisava Pannekoek – non è una legge a cui la natura debba ubbidire, ma una regola, che il nostro intelletto astrae dai fenomeni»3. Ogni scienza è soltanto uno sforzo di sistematizzazione e di ordinamento. E proseguiva:

“Essa risiede nella ricerca del generale, della regolarità dei fenomeni concreti. Il mondo dei fenomeni è infinito, frequente e vario, sempre nuovo, sempre diverso; come una corrente che scorre eternamente esso conduce il nostro spirito con sé. Lo spirito cerca l’universale, ciò che è comune in ciascun gruppo di fenomeni e con esso forma concetti, cause regolari, leggi. La legge in quanto tale è una formula astratta, fissa e rigida, impassibile e semplice; essa è perciò del tutto assoluta e senza eccezioni poiché è astratta […] Ogni legge naturale è esperienza generalizzata che, attraverso il nostro intelletto, viene ricondotta alla forma di una legge fissata aprioristicamente [… ] Alla questione se tale legge sia realmente presente in natura si deve rispondere con un si o con un no. Si, nella misura in cui il generale, l’elemento comune risiede in ciascun caso particolare; no, nella misura in cui la concreta, particolare realtà che è contenuta nella legge, nella nostra testa consiste solo come astrazione”4.

Mach aveva detto: la legge non determina ciò che succede in natura ma ciò che noi consideriamo che dovrà succedere. «Andando avanti perciò in conseguenza di nuove, più mature esperienze e di più profonde astrazioni le leggi naturali vengono scalzate, cambiate o meglio riformulate» (43). Dopo quasi vent’anni, i riferimenti epistemologici di Pannekoek non erano dunque per nulla mutati ed egli si muoveva ancora sulle coordinate gnoseologiche stabilite nel saggio su Kant e il marxismo (44), laddove l’autorevole guida era sempre Dietzgen, che aveva colmato le lacune filosofiche del marxismo, e, nel contempo era visto da Pannekoek implicitamente come il critico ante litteram materialistico-dialettico non solo di Kant ma dell’indirizzo empirio-criticista. A Pannekoek non era accaduto fino ad allora di dover apertamente criticare Mach, in quanto questi era stato sempre considerato come uno tra gli epistemologi più vicini alla tendenza materialistica dialettica, pur se non identificabile con questa. Il riferimento a Dietzgen era stato sempre considerato da Pannekoek integrativo ed esaustivo dell’argomento. In passato, le polemiche sul machismo in seno alla socialdemocrazia russa erano rimaste poco note e non avevano riscosso molto interesse in occidente. Era sempre prevalso per Pannekoek un richiamo in positivo all’insegnamento dell’eminente fisico praghese visto come innovatore nelle scienze, e tale era restato alla vigilia di una svolta importante in campo filosofico, che aveva segnato la ripresa, in forma più smaliziate, delle tematiche filosofico-scientifiche, da parte delle correnti neopositivistiche nell’intervallo tra le due guerre, in specie quelle che si riconobbero nel Circolo di Vienna. Sarebbe errato spingere oltre il dovuto il significato di questa coincidenza. Pannekoek non fu mai filosofo né si identificò con le posizioni neopositiviste. Ma è provato che ne seguì da vicino i dibattiti e su un punto almeno partecipò a essi. Egli considerava il terreno su cui tale indirizzo si muoveva in buona parte comune al suo. In particolare si riconosceva nella polemica antimetafisica e contro ogni apriorismo, come anche nell’attenzione verso le nuove concezioni matematiche e fisiche e di conseguenza nella stima della necessità di commisurare e adeguare la filosofia ai metodi della scienza. Si basa perciò su un buon fondamento l’idea di un avvicinamento di Pannekoek, nel periodo in cui si allontanò dalla vita politica e culturale del movimento operaio per dedicarsi alla professione scientifica, ai temi tipici del neopositivismo. Ai temi, non alle soluzioni che invece rimasero costantemente quelle teorizzate nel monismo filosofico marxista-dietzegeniano (45). Nel periodo compreso fra le due guerre e fino agli ultimi giorni di vita stette soprattutto a cuore a Pannekoek la difesa della concezione del marxismo come scienza sociale, fondata sulla nozione marxiana della realtà dei rapporti di classe intesa come materia sociale. Il marxismo era per Pannekoek una scienza fondata su una concezione sviluppata dal materialismo, al cui interno operavano leggi scientifiche in grado di «prevedere gli effetti di ogni attività pratica intenzionale». In quanto scienza fondata su leggi a loro volta di tipo causale, anche il marxismo subiva l’iniziativa critica che mirava a minare la loro efficacia. Proprio su questo punto si incentrò l’intervento epistemologico compiuto da Pannekoek sulla rivista della corrente neopositivista, «Erkenntnis».

Il dubbio sulla natura rigorosamente causale della legge scientifica si era già insinuato da tempo nella filosofia novecentesca. Negli anni ‘20, invece, dal mondo scientifico provenne l’attacco più qualificato alla validità del nesso causale nella legge scientifica, conseguentemente all’avanzamento della conoscenza delle particelle infinitamente piccole della materia e alla teorizzazione del principio di indeterminazione (1927) del fisico quantistico, poi premio Nobel, Werner Heisenberg. Il principio di indeterminazione concerneva un problema fisico specifico: l’impossibilità di misurare contemporaneamente la velocità e di stabilire la posizione di un elettrone. Infatti, per determinare la posizione occorreva colpire l’elettrone con raggi luminosi che in un tempo infinitesimale gli arrecavano un’accelerazione incontrollabile. Per una maggior precisione della misurazione della posizione, l’urto avrebbe dovuto essere maggiore e pertanto sempre più incontrollabile la velocità. Tale perturbazione dipendeva direttamente dall’osservatore e non poteva essere risolta con strumenti più sofisticati di osservazione. Ciò coinvolgeva, limitatamente al campo atomico, l’impossibilità di fare predizioni precise sulla posizione futura di una particella atomica o subatomica. Per queste l’unico tipo di conoscenza poteva solo essere di carattere probabilistico, statisticamente variabile da un punto a un altro. Veniva in conclusione a essere vanificata l’istanza che la legge scientifica fosse utilizzabile per arrivare a conoscenze certe, cioè che data una causa determinata, l’effetto fosse perfettamente dato e conoscibile. Inoltre emergeva un secondo punto di irriducibilità: quella tra l’osservatore e l’oggetto osservato, che in questi casi si manifestava nell’appartenenza a due distinti universi fisici. Quello formato dai principi della fisica classica il primo, collocato quindi in un universo imperniato sulla bidimensionalità di spazio e tempo. Quello teorizzato dalla fisica corpuscolare il secondo, fondato su concezioni della dimensione spazio-temporale che erano state rivoluzionate dalle nuove concezioni relativistiche.

Verificate tali scoperte, l’impatto sulla discussione epistemologica in corso fu enorme e si allargò alle metodologie generali delle scienze storico-sociali. Infatti, sembrava essere stato sferrato proprio da parte delle discipline scientifiche più moderne l’attacco decisivo contro il determinismo nelle scienze, seppellendo definitivamente le credenze positiviste ottocentesche. Il dibattito oscillò tra il rifiuto delle forme meccanicistico-materialistiche del principio causale e il tentativo di conciliare il principio di indeterminazione con una visione più raffinata e relativistico-probabilista del concetto di causalità, nel tentativo di salvare il fine pratico delle scienze, cioè la loro capacità predittiva (46).

Pannekoek, che seguiva con attenzione la questione, ritenne di aver l’occasione per intervenire dopo la lettura di uno scritto di Reichenbach del 1930, intitolato Causalità e probabilità (47). Egli era mosso dal desiderio di stabilire con esattezza il rapporto tra concetto di probabilità e causalità nella legge scientifica. Una simile messa a punto gli era necessaria per stabilire ancora una volta il terreno sicuro per l’operatore delle scienze e, tra queste, del marxismo, la scienza della società per eccellenza. Se l’indeterminismo probabilistico avesse distrutto, come asserivano in molti, la stessa possibilità di una conoscenza scientifica nelle materie sociali, sarebbe crollato tutto l’edificio gnoseologico su cui Pannekoek s’era fondato fino ad allora. In verità Heisenberg aveva polemizzato nei suoi scritti scientifico-divulgativi contro alcune forme di pensiero razionale di cui si era ritenuta valida l’applicazione illimitata, ma riferendosi all’ambito della fisica era stato attento a sottolineare la permanente vigenza delle leggi causali nella fisica classica, individuando il luogo privilegiato dell’operare di leggi probabilistiche nelle fisiche relativistiche e quantistiche (48).

Pannekoek iniziava il suo articolo col riconoscere l’importanza del concetto di «probabilità». Diceva: «Nella moderna fisica teorica la probabilità in quanto forma della legge fisica, ha guadagnato un significato sempre maggiore. Si è perciò sostenuto, com’è noto, da parte di H. Reichenbach, che le vecchie leggi naturali, concepite sempre in forma strettamente causale, sono fondamentalmente anche leggi probabilistiche. Mentre prima si diceva: se avviene A, si verificherà anche B; adesso si dovrebbe dire più correttamente: se avviene A, si verificherà B all’interno di un determinato margine di probabilità» (49). Reichenbach aveva corroborato il suo ragionamento con alcuni esempi tratti dalla meccanica classica, come la balistica. La preoccupazione di Pannekoek non era tanto determinata dagli argomenti di Reichenbach, con i quali anzi concordava, ma dalla valutazione delle sue implicazioni epistemologiche. Infatti precisava:”Se si vuole considerare la questione del significato della legge naturale in linea di principio, allora sarebbe desiderabile scegliere le più semplici condizioni e leggi; a seguitò di ciò si deve riesaminare fino a che punto la complessità dei concreti accadimenti fisici rende necessaria una modificazione”.

Pannekoek proponeva quindi l’esempio della legge newtoniana della gravitazione universale, «storicamente il primo esempio di rigorosa legge naturale, alla quale tutte le scienze della natura avevano attinto l’idea di legge inesorabilmente valida senza eccezioni». Gli interessava non di discutere il significato fisico di questa legge, ma la sua forma logica e le modalità applicative sperimentali. L’olandese iniziava perciò col rilevare due punti. In primo luogo, una legge non si riferiva a oggetti osservabili nella natura, ma a oggetti del pensiero. In secondo luogo, i valori delle coordinate per applicare la legge erano forniti dall’osservazione, e come tali soggetti a errore. Ciò significava che, mentre di per sé la legge costituiva un’asserzione precisa, il risultato della sua applicazione era soggetto a variabilità ed errori. «L’accelerazione è una precisa funzione delle coordinate; cioè, dati precisi valori delle coordinate ne consegue senza alcun dubbio e senza alcun margine di errore il preciso valore dell’accelerazione» (50). Escluso che la legge fisica in quanto tale potesse configurarsi come una tautologia, Pannekoek concludeva così questo primo passaggio: «La legge di gravitazione, come ogni legge, è dedotta dai dati empirici, in questo caso le orbite osservate dei pianeti. Questi dati sono sempre imprecisi e così costituiscono dichiarazioni che godono di una determinata probabilità dentro certi limiti. Un’analoga imprecisione inerisce da essi alle leggi da essi dedotti» (51).

Una logica probabilistica era perciò compatibile con gli assiomi della fisica classica. Tuttavia, con l’obiezione-constatazione del margine probabilistico della validità della legge, a parere di Pannekoek, era stato posto anche il problema dell’essenza della legge. Egli si concentrava perciò sulla coppia antinomica perfezione-imprecisione, dove il primo termine derivava dalla struttura logica delle forma legale causale, mentre l’imprecisione era dovuta a una serie di cause empiriche – come per esempio dati errati, l’interazione di varie leggi nello stesso fenomeno ecc. Pannekoek intendeva sostenere che l’assoluta validità della legge scientifica conseguiva dalla sua natura e forma astratta e logica, mentre ia sua accezione probabilistica era collegata a una maggior attenzione ai casi di applicazione sperimentale. A Pannekoek interessava di più approfondire in che cosa consisteva il carattere astratto della legge. Proseguiva: «La definizione della legge non lascia alcun margine per qualunque tipo di imprecisione o limitatezza». Essa si esprimeva apoditticamente e in generale. Beninteso – continuava – una legge poteva mostrarsi sbagliata ed essere sostituita e integrata da una legge migliore, che a sua volta, «per la sua forma, nei limiti in cui è riconosciuta e vige, deve possedere una validità illimitata» (52). Poiché l’essenza della legge è logica o, meglio, gnoseologica, essa è il prodotto più raffinato dello spirito dell’uomo. La legge è un’astrazione che si applica ad altre astrazioni. Gli oggetti, i corpi di cui parla la legge non sono corpi reali, esistenti, ma anch’essi concetti astratti, formati, come sintesi dello spirito, dal lavorio dell’intelletto sui corpi reali.

A questo punto Pannekoek dava uno schizzo rapido ma incisivo del modo di procedere dello spirito citando L’essenza del lavoro mentale umano di Dietzgen, e confermando la permanente validità della concezione già esternata nei primi anni del secolo. Nel suo ragionamento Pannekoek enunciava l’esistenza di un duplice mondo: quello reale e quello formato dall’attività spirituale dell’uomo attraverso il metodo dell’astrazione: «Come l’intelletto forma dalla totalità di tutti i pesci il concetto di pesce, analogamente esso forma la totalità di tutti i fenomeni consistenti in oggetti lanciati e in caduta la legge astratta della forza di gravità. Essa è di natura spirituale ed esiste solo nella nostra testa. Nel mondo delle cose materiali non esiste la legge della forza di gravità; là esistono solamente i fenomeni concreti del movimento e della caduta» (53).

Tale metodo, che è poi il suo tratto essenziale, non è però peculiare della scienza, ma in prima istanza dello spirito umano, e pertanto antecedente alla nascita del metodo scientifico strettamente inteso. La scienza si era distinta dalle precedenti forme di conoscenza per aver affinato e definito più precisamente i suoi concetti, per aver delimitato meglio il suo terreno di operatività o per essersi fondata su metodi matematici. Così la scienza era diventata l’espressione per eccellenza dello spirito nel suo processo di conoscenza e di ricostruzione del mondo.

Uno dei temi più dibattuti dallo stesso Reichenbach era stato, in dipendenza del carattere causale o probabilistico della legge, la capacità predittiva della scienza. Di ciò si occupava Pannekoek nel secondo paragrafo dell’articolo. Gli premeva ribadire, al termine di un complesso ragionamento teso a dimostrare l’efficacia della legge scientifica ai fini del calcolo di un determinato evento, nel futuro come nel passato, e premesso che nessun scienziato aveva la presunzione che vi fosse certezza», assoluta per le predizioni emerse sulla base delle leggi, che sotto questo profilo nulla cambiava tra il considerare la legge scientifica come la legge causale o probabilistica. Nel terzo e ultimo paragrafo egli perveniva ad alcune conclusioni illuminanti del suo modo di vedere. Sembrava a Pannekoek che nelle discussioni sul ruolo della teoria della probabilità nell’ambito delle scienze naturali si mischiassero due comparti che invece era bene tenere distinti. Da un lato la possibilità di coesistenza dell’eventualità dell’errore nell’applicazione di una legge che però, di per se stessa, manteneva un’assoluta validità derivatagli dalla sua forma astratta. Dall’altro lato il fatto che in vari campi della fisica contemporanea (teoria dei gas e degli elettroni), «dove l’esposizione statistica si era dimostratala forma più adeguata della teoria fisica, la probabilità a sua volta si era imposta come espressione dell’evento fisico» (54).

Sovente – continuava Pannekoek – in forza della riflessione su tali casi si è parlato del contrasto filosofico tra causalità e probabilità. Questo era infatti il punto centrale del disaccordo tra fautori della prima o della seconda (il che dimostrava come Pannekoek considerasse Reichenbach suo interlocutore e non suo oppositore). A costoro Pannekoek opponeva i seguenti argomenti. Primo: le teorie statistiche, che lavorano con il concetto di probabilità, possedevano lo stesso carattere astratto delle precedenti leggi naturali. Secondo: le proposizioni statistiche poggianti su leggi probabilistiche, mostravano di avere una precisione portentosa, maggiore delle vecchie leggi causali. Terzo: il tipo di astrazione in base al quale venivano dedotte le espressioni probabilistiche (anch’esse reali solo nelle nostre teste) era tale per cui «la forma della legge probabilistica veniva derivata attraverso pure deduzioni matematiche da determinati assiomi» (55). Quarto: fatte tali premesse, non vi era alcuna difficoltà a concepire un’applicazione della rappresentazione statistico-probabilistica anche ai campi della fisica classica o di altre scienze naturali, come la chimica o la biologia. In conclusione, Pannekoek rigettava la tesi di coloro che, sulla scorta dei principio di indeterminazione e della teoria probabilistica, ritenevano che si fosse verificata una rivoluzione delle basi della scienza. Un ribaltamento di tipo metafisico che avrebbe dovuto estendersi ad altri domini della vita spirituale. A suo avviso il concetto di probabilità avrebbe potuto tranquillamente coesistere con quello di causalità, perché la distinzione fra i due princìpi era una differenza subordinata. Entrambe erano forme analoghe, astratte e reciprocamente utilizzabili, attraverso le quali lo spirito umano comprendeva le distinte totalità nei fenomeni naturali.La vita di Pannekoek negli anni ’20 e ’30 fu dominata dall’attività scientifica. Ma preoccupazioni filosofiche, mai disgiunte da un’interiore tensione politica, caratterizzarono quel periodo e si riversarono principalmente nella composizione di Lenin filosofo. Durante la seconda guerra mondiale l’anziano scienziato rifletteva cosi sulle ragioni che lo avevano spinto a scrivere questo libro, una delle sue opere meglio riuscite (56).


La critica al «Lenin filosofo»

È necessario sottolineare che fu proprio una motivazione gnoseologica ed epistemologica, prima ancora che politica (che pure ne costituì la finalità conclusiva), a presiedere in Pannekoek alla critica del pensiero di Lenin e del sistema di potere da lui fondato. Infatti, Pannekoek ammise che solo quando lesse Materialismo ed empiriocriticismo, dopo la sua pubblicazione nel 1927, si rese conto fino in fondo delle ragioni che lo avevano allontanato, anche sul piano politico, dal marxismo-leninismo e dalla Terza Internazionale. Perciò scrisse il Lenin filosofo.

Durante la seconda guerra mondiale l’anziano scienziato rifletteva cosi sulle ragioni che lo avevano spinto a scrivere questo libro, a mio avviso una delle sue opere migliori: «Nel 1927 o nel 1928 era uscito tra le opere complete di Lenin uno spesso volume intitolato Materialismo ed empiriocriticismo, in cui Lenin attaccava con durezza le idee di Mach e di Avenarius. Il libro era stato pubblicato in russo nei 1907, e si era reso allora necessario nella lotta contro una corrente filosofica di tendenza borghese che andava acquistando terreno in seno alla frazione bolscevica. Nel 1927 per la prima volta era divenuta accessibile la traduzione tedesca. Io mi ero messo a studiare quest’opera durante alcuni periodi di vacanza […]. Allora mi apparve chiaro quello che prima non avevo mai capito, cioè come Lenin, in modo esplicito, si era posto dal punto di vista del materialismo borghese. Nel contempo mi si chiarì completamente il rapporto con la rivoluzione russa, nel senso della relazione intercorrente tra leninismo e base filosofica della rivoluzione. Sviluppai queste idee in un libro, Lenin filosofo....» (57).

Nel clima culturale dello Zwischenkrieg, in cui la nozione di crisi del sapere tramandato dal secolo precedente si univa alla crisi dell’identità europea e dei suoi valori storici, morali e istituzionali, un Pannekoek ormai dedicato prevalentemente alla scienza della natura riprese così alcuni motivi di critica storico-culturale e di filosofia della scienza, che già lo avevano interessato nella riflessione giovanile sulla filosofia di Kant e il marxismo. Come si è detto sopra, questa forma di riflessione fu abituale nella vita di Pannekoek e nella sua tarda maturità lo condusse a nuovi contatti con l’indirizzo neopositivistico del Circolo di Vienna, in particolare della sua componente berlinese rappresentata da Reichenbach (58). Preoccupazioni filosofiche, mai disgiunte da un’interiore tensione politica, si riversarono principalmente nella composizione di Lenin filosofo, che fu pertanto una critica di ordine filosofico e politico-ideologico al modello rivoluzionario bolscevico e agli esiti della rivoluzione russa, condotta sulla base di un esame particolareggiato delle vedute filosofiche di Lenin, e perciò anche degli autori condannati da Lenin. In tale accezione l’opera acquista un aspetto critico-teorico e si qualifica come il punto terminale di un’elaborazione iniziata nel 1901, con il saggio sulla filosofia di Kant. In Lenin filosofo è espresso il ‘paradigma’ filosofico marxista di Pannekoek, scandito a partire dal materialismo storico sociale, arricchito dal metodo dialettico e dalla speculazione dietzgeniana, per definire una forma di monismo realistico cui l’olandese era pervenuto già nei primi anni del Novecento. Vi si profilavano critiche interessanti alla coppia Mach-Avenarius prima, a Lenin e a Plechanov poi (59). Due capitoli distinti erano riservati ai due pensatori. Il contributo di Mach alla fisica teorica e alla filosofia era vagliato tenendo presenti due significati generali, che rispecchiavano due fenomeni storicamente verificabili, apparentemente paralleli, ma collegati in più punti. Mach, diceva Pannekoek, come Karl Pearson in Inghilterra, Gustav Kirschoff in Germania, Henry Poincaré in Francia, «critici della tradizionale teoria fisica» (60), era stato l’innovatore che aveva esercitato l’influenza maggiore sulla generazione a lui successiva (61). Egli aveva introdotto un principio relativistico nelle concezioni fisiche, demolito l’antiquato significato delle leggi causali operanti in natura riconducendolo correttamente alle caratteristiche astratte e convenzionali proprie dello spirito umano in campo scientifico. Mach era arrivato, «senza conoscerlo come tale, molto vicino al metodo del materialismo storico», specie laddove aveva teorizzato la funzione economica della scienza, in modo affine a quello di Dietzgen (62). La legge era epistemologicamente una «sintesi astratta dei fenomeni» (63), che metteva in rilievo le loro reciproche connessioni, le più semplici, le meglio rigorosamente ordinate e le più comprensive.

Senonché, a parere di Pannekoek, nella seconda fase della sua riflessione «Mach subì l’influenza della reazione nascente della classe borghese» (64), un fenomeno generale di distacco della borghesia dalle sue originali convinzioni materialistiche, un tralignamento verso tendenze mistiche e religiose, e ciò si tradusse in un’accentuazione, ma non in uno stravolgimento in senso idealistico né solipsistico, del carattere soggettivo degli elementi della conoscenza (65). Il grande merito di Mach, sul piano filosofico e pur restando su un terreno estraneo al materialismo storico, era stato di eliminare il dualismo fra anima e corpo, un’impostazione ripresa nella Costruzione logica del mondo di Rudolf Carnap, la personalità più eminente del Verein Ernst Mach (66). Quel che sembrava a Pannekoek censurabile dell’empiriocriticismo, pur apprezzandone la carica innovativa, era una sovrastima dell’esperienza personale, in quanto «emanazione del forte individualismo personalista del mondo borghese» (67). Egli formulava dunque l’antitesi tra empiriocriticismo e materialismo storico nei termini secondo i quali il primo, in quanto «filosofia borghese», trovava la fonte della conoscenza nella congettura personale, il marxismo invece nel «lavoro sociale» (68).

Era pacifico, per Pannekoek, che Mach non potesse fornire «alcunché di sostanziale per la teoria marxista» (69), ma non per la contrapposizione idealismo-materialismo, bensì per quella che opponeva la dimensione dell’individualismo alla sfera della socialità dei rapporti di produzione. Perciò non sembrava corretto all’olandese il processo intentato a Mach e ad Avenarius per colpire politicamente i machisti russi. Era un metodo ‘stalinista’ ante litteram. Tanto più che Lenin, tacciando di idealismo e solipsismo l’empiriocriticismo, dimostrava di non averne capito le tesi fondamentali e perciò procedeva per contrapposizioni errate attribuendo ai due filosofi concezioni non loro. Scopo di Pannekoek era di giungere, mediante l’analisi degli errori più marcati di Materialismo ed empiriocriticismo, a una spiegazione del comportamento leniniano incardinandolo nelle specifiche condizioni sociali russe (70).

La critica di Lenin a Mach era fondata, secondo Pannekoek, su una concezione del mondo fisico di stampo newtoniano, che appunto il fisico praghese si era sforzato di superare. Dai ragionamenti di Lenin, si deduceva il suo accordo con una forma di materialismo ‘volgare’, specie nell’assunzione dell’equivalenza fra materia fisica e mondo oggettivo (71). Citando una definizione leniniana di «materia» («una categoria filosofica che serve a designare la realtà obiettiva che è data all’uomo dalle sue sensazioni, che è copiata, fotografata, riflessa dalle nostre stesse sensazioni, ma esiste indipendentemente da esse»), Pannekoek ne denunciava la riduzione del concetto «alla materia fisica che consiste di molecole e di atomi» (72), una riduzione che contraddiceva il superamento del ‘materialismo volgare’ operato dal marxismo, per il quale la ‘materia’ era data dalla realtà dei rapporti di produzione. Per Lenin, scriveva, il materialismo era «la concezione fondamentale comune del marxismo e dei materialisti borghesi» mentre, nell’opinione di Pannekoek, il marxismo in quanto tale rappresentava il superamento completo e totale del materialismo «volgare» (73). Lenin perciò era rimasto estraneo e arretrato rispetto alla concezione storico-materialistica più avanzata.

Di conseguenza la polemica di Lenin si era sostanzialmente rivolta contro il «fideismo», cioè contro il fenomeno religioso e culturale presente ancora in Russia, ma superato già nella seconda metà dell’800 nei paesi occidentali più avanzati: «Questa antitesi fra fede e ragione – scriveva Pannekoek – ha un sapore del periodo premarxista, del periodo dell’emancipazione della classe borghese, che si sorreggeva sulla “ragione” e attaccava la fede religiosa come nemica nella lotta sociale: i “liberi” pensatori contro gli “oscurantisti”» (74). Appariva dunque a Pannekoek comprensibile (ma errata) la contrapposizione fatta da Lenin tra un personaggio come Ernst Haeckel e Mach. Haeckel era stato precursore e diffusore del darwinismo in Germania, oppositore a un tempo dell’oscurantismo religioso e del socialismo. Quando Lenin, esaltando l’azione di Haeckel, arrivava a sostenere che il suo libro sugli Enigmi dell’universo (75) era diventato «un’arma della lotta di classe», con ciò forniva la prova migliore del suo appiattimento su concezioni materialistico-borghesi e di una sostanziale ignoranza della disciplina fisico-filosofica affrontata (76). Perciò non gli era stato possibile analizzare meglio l’origine sociale delle idee, che costituiva un aspetto essenziale del marxismo (77).

Stabilito questo cardine della critica al leninismo, Pannekoek ne considerava l’origine sociale. Nell’arretrata e dispotica Russia zarista la religione era il principale supporto ideologico dell’assolutismo: la lotta contro la religione era una necessità sociale. La borghesia russa non poteva contare sull’appoggio di quella occidentale, giacché questa, al potere, stretta da vicino dalla lotta di classe del proletariato, declinava a sua volta verso posizioni antimaterialiste e reazionarie. Solo il movimento operaio internazionale simpatizzava per la causa dell’abbattimento dell’oppressione zarista e ciò spiegava perché i borghesi più illuminati si proclamavano teoricamente marxisti. Questo stato di cose si era accentuato quando, con la nascita di poli industriali capitalisti in Russia, iniziò anche la lotta degli operai russi, in pari tempo contro l’assolutismo zarista e per una prospettiva socialista. Il marxismo si affermò dunque, ma «dovette assumere una sfumatura diversa che in Europa occidentale» (78).

Per Lenin, massimo dirigente del movimento operaio russo, «il principale compito era quello di rovesciare lo zarismo e tutto il barbaro sistema sociale russo» (79). Poiché la classe operaia doveva sostenere quella lotta, egli aveva plasmato una forma particolare di partito socialista e di teoria marxista adatta alle specifiche condizioni russe, chiamando il suo materialismo – un miscuglio di materialismo borghese e di idee del giovane Marx – marxismo tout court. Sotto il profilo economico-sociale il compito che si prospettavano i bolscevichi era di liberare la Russia dal controllo e dallo sfruttamento semicoloniale cui era soggetta da parte dei paesi occidentali più sviluppati, come la Francia. Questa era la premessa per costruirvi un originale e autoctono sistema capitalista: di fare cioè la propria rivoluzione borghese. Questo era stato il compito sociale di Lenin e dei bolscevichi e, in quanto tale, aveva determinato le loro concezioni fondamentali.


La critica dello Stato bolscevico

Sulla base di tali premesse, in saggi come Lenin filosofo o Perché i movimenti rivoluzionari del passato fallirono compare un’analisi politica di drastica condanna del leninismo e del sistema di potere bolscevico (80)5. Questi furono giudicati un grande potere controrivoluzionario per la rivoluzione internazionale. In un articolo del 1932, dedicato al bilancio sui Quindici anni della rivoluzione russa (81), l’accento era posto su due concetti che negli anni successivi sarebbero stati vieppiù sviluppati: l’identificazione del regime bolscevico come forma di socialismo (o capitalismo) di Stato; l’individuazione del puntello del sistema in una nuova classe sfruttatrice: la burocrazia. Il passaggio dal sistema consiliare insediato dalla prima fase rivoluzionaria a un regime rigidamente statalista veniva descritto sulla scorta dell’analisi di classe della società russa.

Per le masse contadine, affermava Pannekoek, il sistema consiliare era inutile. Per governare un paese contadino «era necessario un governo forte, che poteva esser formato solo da un partito ben organizzato e disciplinato» (82). Suo scopo poteva esser solo l’instaurazione di un socialismo statalizzato, non del comunismo decentrato nei consigli. Nel penultimo capitolo di Lenin filosofo, la rivoluzione russa venne riconosciuta pertanto più come una rivoluzione nazionale che come rivoluzione sovietica degenerata; essa era comprensibile solo pensando all’arretratezza del paese più che alla storia generale europea, e men che mai a quella del movimento operaio internazionale. Da essa non poteva venire alcuna indicazione per la rivoluzione proletaria internazionale perché, se pure opera della classe operaia russa, essa non era stata proletaria. L’ideologia pseudomarxista, da Lenin posta alla base del bolscevismo, era espressione di esigenze sostanzialmente borghesi e dipendeva dalle diverse condizioni di sviluppo economico e di classe che sussistevano nella Russia zarista (83). Nella rivoluzione russa erano confusi due caratteri dello sviluppo occidentale, la rivoluzione borghese con i suoi compiti, e quella proletaria con la sua forza attiva. Quindi anche la relativa teoria bolscevica doveva essere un miscuglio di materialismo borghese nelle concezioni fondamentali e di materialismo proletario nella teoria della lotta di classe (84).

In queste argomentazioni sono riconoscibili motivi luxemburghiani e kautskiani. Ma Pannekoek si spingeva ancor oltre. Era sbagliata, a suo avviso, anche l’interpretazione degli eventi russi seguiti alla morte di Lenin come degenerazione dispotica stalinista dei princìpi marxisti del bolscevismo. Scriveva: «Il marxismo di Lenin e del partito bolscevico sono una leggenda» (85). Vi era qui la risposta alle accuse che Lenin aveva mosso ai «comunisti di sinistra» e personalmente a Pannekoek-Horner all’epoca della polemica contro «l’estremismo» dei marxisti occidentali (86).

La critica radicale dei princìpi del bolscevismo investì anche e soprattutto la concezione dei partiti comunisti bolscevizzati occidentali (87). Il modello bolscevico (una minoranza, un’avanguardia ben organizzata e agguerrita) era stato concepito per le condizioni politiche, sociali e di classe delle Russia; esso non poteva funzionare nell’Occidente sviluppato, dove la borghesia, diversamente da quella russa, piccola e inabile, dominava la società. Di conseguenza, l’intento dei partiti bolscevizzati dell’Occidente era di istituire una dittatura di classe, di sostituirsi alle élites borghesi dominanti, in quanto nuova élite di un governo monoliticamente accentrato. Ma, mentre in Russia le arretrate condizioni di classe avevano consentito il successo bolscevico, i rapporti di classe più avanzati dell’Occidente avrebbero impedito la buona riuscita della tattica terzinternazionalista. In Occidente, questa, prima ancora che iniqua, era definita sterile. L’unica sua ragion d’essere stava nel fornire un supporto agli interessi dello Stato sovietico. In Occidente solo il proletariato avrebbe potuto formare una potenza capace di mettere in discussione il potere della borghesia. Ma per fare questo, lungi dal delegare la rappresentanza dei suoi interessi e della conduzione della lotta a un partito, doveva scendere in campo esso stesso con l’azione diretta. Se lo scopo di un partito comunista in epoca rivoluzionaria era di conquistare il potere per gestirlo per conto della classe, in un periodo di transizione esso non poteva far altro che concorrere alla lotta parlamentare, in contrasto o con l’appoggio della socialdemocrazia. Poteva conquistare per questa via il potere, giungere infine a realizzare una forma di socialismo di Stato, che per Pannekoek era sinonimo di capitalismo di Stato. Era funzionale a tale fine rivolgere un appello al sostegno e alla lotta oltre che alla classe operaia anche ad altri strati della popolazione, il che era quanto i partiti comunisti andavano facendo col pretesto delle alleanze. Non vi era più alcuna differenza sostanziale, secondo Pannekoek, tra un partito comunista e uno socialdemocratico rispetto alla rivoluzione proletaria: li dividevano solo sfumature formali o di ordine politico, nazionale e internazionale, che non escludevano lo sviluppo di lotte feroci fra loro. I partiti comunisti potevano esser più fanatici, più rozzi, più sensibili al richiamo di Mosca, ma non più rivoluzionari di quelli socialdemocratici, perché i princìpi stessi su cui erano costruiti erano intimamente borghesi.


Ilpotere bolscevico: forma del capitalismo di Stato gestita dalla burocrazia

Nello scritto Quindici anni di rivoluzione russa, Pannekoek sottolineava il ruolo trainante della dittatura del partito bolscevico in quanto motore di tutto il sistema, e ne descriveva l’origine e l’organizzazione (88). Tale sistema era il simbolo dell’impossibilità d’esistenza e di riproduzione del capitalismo privato nelle condizioni storiche della crisi tra le due guerre, una crisi mondiale che aveva scosso la fiducia della borghesia nel capitalismo privato (89). Perciò dappertutto venivano prese in considerazione forme di intervento statale più o meno forti, dalla programmazione alla pianificazione, dal dirigismo del capitalismo di Stato al fascismo. C’era un nesso tra pianificazione razionale dell’economia e mantenimento dello sfruttamento della classe operaia. Stavano in un’unica categoria sia gli esperimenti socialdemocratici di «capitalismo organizzato» e di «Stato operaio», sia le forme intermedie di pianificazione autoritaria, rappresentate nel fascismo (il riferimento era circoscritto all’esempio italiano) e nel capitalismo statale sovietico. Questo ragionamento non poteva portare che al rifiuto di tutte queste realtà e alla rappresentazione dell’unica via rivoluzionaria per la classe operaia mirante all’instaurazione del modello consiliare. Il parallelo tra dittatura fascista e dittatura capitalistico-statale sovietica restava in Pannekoek limitato a questo ambito. Egli era attento a cogliere le differenze esistenti tra le forme istituzionali democratico-borghesi, in cui si perpetuava in altri paesi lo sfruttamento capitalistico, e le forme dirigiste e autoritarie. Ma l’aspetto qualificante del capitalismo era costituito per Pannekoek non già dalla forma di organizzazione politica dell’economia (liberista, pianificata, controllata), ma dalla precisa individuazione della – comunque esistente – classe padrona del capitale, decidente sugli investimenti, ricevente il plusvalore e usufruente dei profitti. In questo ambito, l’analisi pannekoekiana del regime sovietico si segnalava per un’intuizione all’epoca originale, consistente nella teorizzazione dell’esistenza di una «nuova classe» dominante e sfruttatrice (90). Sotto tale profilo non vi era una cesura tra i periodi della direzione leniniana e del dominio di Stalin. Ai princìpi leniniani risaliva la prima responsabilità dell’indirizzo capitalistico-statale russo. La burocrazia era il principale pilastro del sistema sovietico e formava una nuova classe sfruttatrice nel senso marxiano. Essa estendeva la sua attività dal governo politico a quello militare, poliziesco e giudiziario, da quello economico a quello della società e della cultura: il suo dominio era totale e incontrastato. Era la classe, scriveva, «attraverso cui si espletava il governo [del partito] sui contadini e sugli operai; essa negoziava, conferiva, trattava, patteggiava e intrigava con e contro gli altri governi, dai quali veniva sempre più riconosciuta e trattata come uguale» (91). Una classe che, qualche anno dopo l’epopea rivoluzionaria, aveva chiarito la sua natura e funzione economico-politica e l’aspirazione a un preciso status sociale. Ma non si trattava di una «nuova borghesia». Era la burocrazia giunta al potere come nuova classe dominante. Questa burocrazia si distingueva dalla borghesia in quanto i mezzi di produzione erano posseduti collettivamente, in comune e non individualmente. Il ‘politburo’ ne rappresentava indivisibilmente la cupola del sistema sociopolitico. Formalmente, il proprietario era lo Stato, ma – scriveva Pannekoek – «essi, i funzionari collettivamente, sono lo Stato, poiché dispongono del potere statale. Così come in Europa occidentale tutto il plusvalore finisce nelle mani della borghesia, nel capitalismo di Stato russo esso confluisce nelle casse dello Stato» (92). Lo stesso tipo di competizione per attribuirsi le fette maggiori di ricchezza e di potere propria dell’Occidente aveva luogo in Russia, dove tra i capi della burocrazia si sviluppava un sordo conflitto di interessi: cambiavano solo le regole del gioco. Mentre in Occidente la competizione si svolgeva dentro un sistema di libertà civili e politiche, in Russia aveva luogo in un regime di illibertà politica e intellettuale. Pannekoek notava come la nuova classe generata dalla dittatura del partito comunista sul proletariato e sui contadini, pur desiderando così apparire, non volesse affatto proclamarsi tale. Di qui il mantenimento delle vecchie etichette rivoluzionarie, dei vecchi miti e delle illusioni per ingannare le masse.


Il comunismo consiliare

Era stato un tradimento l’indirizzo imposto dal partito bolscevico con la NEP e le decisioni del III Congresso dell’IC. Dopo il 1921, l’occasione rivoluzionaria era stata definitivamente sciupata. Non rimaneva che lavorare in modo radicalmente diverso dal passato e senza più illusioni sull’approssimarsi di vicine scadenze rivoluzionarie dovute a crisi economiche ineluttabilie finali. L’obiettivo primario dei piccoli gruppi di «puri» comunisti che ancora agivano sul terreno rivoluzionario, doveva esser quello dell’illuminazione della coscienza della classe operaia attraverso la riflessione critica sul movimento socialcomunista e sul marxismo (93). Dagli scarsi cenni nei Ricordi si desume che Pannekoek reputava chiusa la fase rivoluzionaria in Germania e di conseguenza irrilevante la presenza di organizzazioni del comunismo di sinistra che, lungi dal rappresentare un segno di novità, erano al contrario quanto restava di una sconfitta storica del disegno rivoluzionario proletario (94).

Nel 1929 egli ricevette la visita di un militante consiliarista olandese, Henk Canne Meijer, che gli consegnò un documento steso in collaborazione con Jan Appel e pochi altri compagni che erano usciti dalla KAPN e avevano fondato il Gruppo dei comunisti internazionalisti (GIC) (95). Il documento era intitolato Princìpi fondamentali della produzione e distribuzione comunista e sulle prime diede a Pannekoek l’impressione che si trattasse di una ricaduta nell’utopia (96). Ma alla lettura risultò migliore del previsto; vi vide innanzitutto una battagliera confutazione dell’opinione che «l’organizzazione della produzione dovesse essere organizzata dallo Stato» (97). Canne Meijer aveva chiesto a Pannekoek di anteporre una sua introduzione allo scritto, ma in quel caso egli declinò l’invito. L’opuscolo uscì quindi senza la premessa di Pannekoek. Ma l’episodio fu significativo, perché coincise con la ripresa della sua autonoma elaborazione politica, con l’allacciamento di rapporti di collaborazione con un indirizzo ideale che professava l’autogoverno della classe operaia. La collaborazione al GIC si risolse sostanzialmente in contributi alle discussioni sulla loro stampa. Fu solo grazie alla sua maggiore notorietà che egli fu visto dall’esterno come il teorico principale di quel minuscolo gruppo che aveva rapporti con i suoi omologhi in Germania, in Francia, negli Stati Uniti e in Australia.

Nel corso degli anni Trenta l’idea di un nuovo movimento operaio rivoluzionario fondato sull’idea dei consigli divenne pertanto dominante nel pensiero di Pannekoek. Il ruolo e i compiti di un soggetto rivoluzionario comunista e marxista (98) – ossia dei ‘nuclei’ comunisti rivoluzionari  – in una fase non rivoluzionaria era di vegliare attorno ai princìpi del marxismo e di fornire un’informazione seria, un commento critico della situazione economica e politica e una discussione dei problemi legati a questa situazione. Accanto a tale attività doveva continuare la critica più radicale delle organizzazioni e degli orientamenti delle forze socialdemocratiche e comuniste, operazione che Pannekoek concepiva quasi come un’opera di disintossicazione dell’organismo proletario malato e debilitato. Il fine doveva essere non quello di dare agli operai una nuova organizzazione o una nuova direzione, ma di aiutarli a maturare uno spirito individuale e collettivo rivoluzionario, autonomo e attivo, in cui si delineassero le premesse soggettive della rivoluzione proletaria (99).

Anche alla borghesia era stato necessario, ai fini della sua affermazione politica, l’accumularsi di condizioni oggettive, sintetizzabili nell’espansione di uno specifico modo di produzione a livello nazionale e poi mondiale, e soggettive, consistenti nel fatto che in ogni individuo di quella classe maturasse la coscienza del proprio lavoro e della forza personale e di classe, la certezza della maturità per accedere al potere e per conservarlo. Questa fase era mancata alla classe operaia, dal momento in cui aveva delegato il compito di ‘pensare’ ai suoi partiti tradizionali. Pannekoek reputava necessaria la presenza di condizioni oggettive di crisi capitalistica per giustificare la tensione verso il socialismo. Rifiutava però radicalmente l’ideologia catastrofista, che attribuiva ora in primo luogo al marxismo meccanicistico socialdemocratico e al comunismo terzinternazionalista, ma che vedeva operante anche fra i gruppuscoli consiliaristi, teorici della crisi catastrofica del capitalismo. In questo senso, polemizzò nei primi anni ’30, contro l’interpretazione di Henryk Grossmann fatta propria anche da Mattick (100). Occorreva, a suo avviso, non confidarein una crisi catastrofica del capitalismo, ma soprattutto sviluppare lo spirito rivoluzionario, cioè «la parte attiva del marxismo», sapendo che essa, pur subordinata alla struttura dei rapporti sociali di produzione, era anche capace di modificarli.


I consigli operai

L’opera più nota di Pannekoek, I consigli operai, fu scritta in massima parte nei primi due anni di guerra, ripresa e completata nel 1945, pubblicata infine con lo pseudonimo P. Aartsz nel 1946 (101). È un’opera disomogenea, composita, per alcuni aspetti teorica, per altri ancora di commento politico degli eventi contemporanei della guerra mondiale in corso. Il libro è, nel complesso, una sistematizzazione di riflessioni accumulate nel decennio precedente. Si apre con una pars destruens – la critica dei princìpi ideologici e dei modelli democratico, socialdemocratico e comunista –, che prepara la pars construens, cioè la teoria dei consigli operai, radicata su concetti storico-filosofici in parte risalenti alle elaborazioni giovanili. Vi si coglie altresì uno stato d’animo che è frutto delle esperienze drammatiche della guerra, rese più acute dal regime totalitario imposto dai nazisti anche in Olanda, riflesso nella redazione degli ultimi capitoli, densi di brani rilevatori di accenti nuovi, idealità in germe, che però non vennero pubblicizzate adeguatamente dopo la guerra e trovarono espressione in quaderni tuttora inediti, sui quali una specifica iniziativa editoriale non sarebbe priva d’interesse (102).

Secondo Pannekoek, le tendenze della storia si sarebbero incaricate di rendere non più rinviabile l’organizzazione consiliare della società, economica e politica a un tempo. Ma non potevano prevedersi le forme di realizzazione, in quanto dipendevano dall’intervento attivo degli uomini. Le modalità del processo rivoluzionario globale, funzionali alla creazione del sistema dei consigli, erano suggerite dagli esempi storici della Comune di Parigi, dei soviet russi prima della loro bolscevizzazione, dei Räte tedeschi prima della socialdemocratizzazione, delle lotte degli shop stewards inglesi, degli IWW americani. Non si trattava per la classe operaia di una lotta politica più o meno lunga, ma di una riforma della politica stessa, della negazione della separazione della società e dell’economia, e consisteva infine in una trasformazione antropologica, morale e sociale di tutta l’umanità (103). La missione storica del proletariato si radicava nella sua funzione nel sistema produttivo, secondo Pannekoek sostanzialmente determinato dalla forma del lavoro nelle grandi concentrazioni industriali. La centralità del lavoro nell’organizzazione sociale, il dato della maggioranza della classe operaia nella società e dell’insostituibilità della sua funzione di contro alla non essenzialità del ruolo dei capitalisti e dei ceti medi tradizionali, erano altrettante premesse necessarie per la costruzione del comunismo dei consigli. A esse si aggiungeva la critica delle forme politiche liberali e democratiche, corrispondenti al sistema socio-produttivo superato della piccola produzione capitalistica e del mercantilismo, così come di quelle che, pur comprensive delle nuove realtà produttive, davano una risposta incompleta o degenerativa (lesiva delle aspirazioni alla libertà e all’uguaglianza della stragrande maggioranza della popolazione), cioè da un lato il socialismo o capitalismo di Stato, dall’altro le dittature nazifasciste.

Pannekoek poneva il problema della edificazione di un sistema fondato sulla proprietà comune dei mezzi di produzione, punto terminale di un’evoluzione universale dell’attività umana per eccellenza, il lavoro, in rapporto all’organizzazione sociale e politica. Il modo di produzione tipico delle gigantesche concentrazioni industriali non era solo il metodo di un’attività rivolta alla produzione di beni, ma anche un sistema di vita operosa e disciplinata in comune, nel quale avveniva la formazione di un nuovo tipo umano, l’operaio industriale, portatore di caratteristiche che Pannekoek aveva chiamato in passato qualità o virtù etico-morali di classe: idee rinvianti a una morale di classe, fondata sulla contrapposizione tra individualismo e concorrenza borghese da un lato, e sentimento comunitario, predominante riferimento alla classe proprio dei lavoratori dall’altro, da cui sarebbe scaturita una inedita capacità di autodisciplina, di abnegazione, di sacrificio per uno scopo comune.

Nel sistema capitalistico era solo il profitto a determinare il carattere sostanziale dell’organizzazione produttiva e del lavoro. Di qui i fenomeni, studiati da Marx, dell’alienazione, della mercificazione, dell’antagonismo di classe; di qui le ricorrenti crisi economiche, la disoccupazione di massa, i contrasti stridenti tra ricchezza e miseria; di qui una distorsione profonda di tutte le attività umane, in primo luogo il lavoro che, da azione cosciente tesa al soddisfacimento di bisogni materiali e intellettuali dell’umanità (e la scienza e la tecnica erano sempre più in grado di assicurare l’esistenza degli uomini e la loro libertà dalle costrizioni naturali), era avvilito e sfruttato al sol fine della perpetuazione del dominio di un’esigua minoranza. Per superare questo stato di cose, la classe operaia si trovava di fronte alla necessità di prendere la produzione nelle proprie mani. Il dominio sulle macchine, sui mezzi di produzione, doveva essere strappato dalle mani indegne degli sfruttatori. Questa era la causa comune di tutti i produttori, di coloro cioè che svolgevano un lavoro produttivo nella società: operai, tecnici e contadini, principali vittime del sistema capitalista. Agli operai spettava il compito di liberare insieme se stessi e il mondo intero da un tale flagello. Essi dovevano rilevare in carica i mezzi di produzione, diventare padroni delle fabbriche, arbitri del lavoro. Solo a quel punto, concludeva Pannekoek con una retorica non esente da accenti utopici comuni a un certo Marx, le macchine avrebbero riavuto la loro vera funzione: la produzione di beni in abbondanza per soddisfare le necessità della vita di tutti (104).

Tale impresa era realizzabile solo attraverso un cambiamento del diritto. Scriveva: «Una rivoluzione nel sistema di produzione è strettamente legata a una rivoluzione nell’ambito del diritto. Essa è basata su una modificazione delle idee più profonde di diritto e giustizia» (105). Da un regime politico e sociale imperniato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione occorreva passare a un regime di proprietà comune dei mezzi di produzione. Proprietà comune, non proprietà pubblica che rimandasse all’intervento statale, cioè a una forma diversa di capitalismo. La via per attuare una simile rivoluzione non presentava scorciatoie illusorie, come il fallimento delle soluzioni socialdemocratiche e comuniste dimostrava. La rivoluzione proletaria non poteva essere che il risultato di un intero periodo di lotte sociali, lungo il quale la classe operaia avrebbe dovuto costruire gradatamente e autonomamente propri strumenti di forza, spirituali e organizzativi, attraverso i quali avrebbe imposto alla fine la sua egemonia, prima nella produzione, quindi nella società. La separazione tra politica, società ed economia, creatasi con l’instaurazione, nel corso di vari secoli, del sistema capitalistico, doveva essere rimossa (106). L’intero quadro istituzionale della democrazia liberale, responsabile delle limitazioni imposte alla libertà sostanziale di un’intera classe, che formava la stragrande maggioranza della popolazione, doveva essere abolito, perché artificioso, non corrispondente alla naturale organizzazione della società. Questo sistema era stato congegnato e attuato a misura delle esigenze di dominio della borghesia capitalista, quindi era del tutto inutile illudersi di portare a termine la rivoluzione al suo interno, o con gli strumenti politici disponibili, come assemblee parlamentari elettive, partiti, associazioni, sindacati.

Il nuovo ordine avrebbe dovuto esser costruito in modo decentrato e federativo, sulla base dell’organizzazione produttiva: radicato sul terreno delle unità produttive e autogovernato dalle assemblee di fabbrica. Loro compito sarebbe stato di decidere e pianificare la produzione, dopo una discussione basata sui dati tecnico-economici messi a disposizione di tutti e condotta all’insegna dello spirito di collaborazione, del senso di disciplina e di devozione alla causa comune. Nelle aziende di maggiori dimensioni, in cui l’assemblea di tutti i lavoratori era manifestamente impossibile, si doveva procedere all’elezione di comitati di delegati, il cui mandato sarebbe stato limitato e revocabile in qualsiasi momento, e che pertanto non potevano costituire un corpo separato dalla base degli elettori. I delegati erano i portavoce della volontà espressa dalle assemblee che li avevano eletti; non potevano decidere, ma dovevano riportare le proposte dei comitati stessi all’assemblea per la decisione finale. Lo stesso criterio era pensato alla base dell’organizzazione sociale e istituzionale: si sarebbe dovuto formare i consigli dei lavoratori con il compito di elaborare le leggi e i piani economici generali, di espletare le funzioni amministrative non immediatamente connesse con la produzione (come i servizi sanitari, le scuole, le poste, i trasporti).

Tale sistema avrebbe presupposto la partecipazione costante, cosciente e informata, di tutti i produttori. Scriveva: «La vita e la produzione non possono essere assicurate che dalla collaborazione, dal lavoro collettivo tra compagni. Il lavoro collettivo domina il pensiero di ognuno. La coscienza della comunità forma la base di ogni sentimento e di ogni pensiero» (107). Si trattava appunto «di una rivoluzione totale nella vita spirituale dell’uomo». I criteri costitutivi di tale progetto tradivano la loro origine, oltreché negli accenni di Marx nella Guerra civile in Francia, nelle esperienze consiliari degli anni rivoluzionari in Russia e in Germania. Autogoverno dei produttori, riconduzione della politica nell’economia socializzata, unificazione del potere legislativo ed esecutivo (e sparizione, essendo divenuto superfluo, del potere giurisdizionale): questa la sintesi data da Pannekoek del nuovo ordine consiliare, che avrebbe fatto estinguere lo Stato e aperto il «regno della libertà».

La tattica atta a conseguire un simile risultato prevedeva l’immediata costituzione degli embrioni organizzativi dell’autogestione nelle fabbriche; occorreva incominciare a contestare e reclamare, senza attendere il momento rivoluzionario, nella vita di tutti i giorni, il potere di decidere sulla produzione, avvalendosi degli strumenti dell’azione diretta, degli scioperi selvaggi, delle azioni e dei movimenti di massa. Ai comunisti dei consigli incombeva l’onere, all’interno e dall’esterno delle organizzazioni autonome degli operai, di procedere solo a un’iniziativa di chiarificazione teorica e di propaganda. Al termine di un processo ininterrotto di lotte, dipanantesi attraverso crisi rivoluzionarie e periodi di riflusso, finalmente si sarebbe arrivati al momento critico in cui il potere di condizionamento accumulato dalla classe operaia sarebbe stato più forte di quello della borghesia e avrebbe permesso di istituire il nuovo dominio di classe fondato sui consigli. Da quel punto fino alla sparizione delle classi, allo stabilimento definitivo del nuovo ordine, all’estinzione di ogni forma di dominio di classe e perciò di Stato, occorreva prevedere una fase intermedia di transizione che Pannekoek definiva marxianamente di «dittatura del proletariato», che tuttavia non sarebbe stato altro che la democrazia operaia dell’autogoverno dei consigli: «Questa democrazia operaia – scriveva – non ha nulla in comune con la democrazia politica del sistema sociale precedente. Quel che si chiama la democrazia politica del capitalismo è un simulacro di democrazia, un sistema abile concepito per mascherare il dominio reale di una minoranza dirigente sul popolo. L’organizzazione dei consigli è una democrazia reale, la democrazia dei lavoratori, in cui gli operai sono padroni del loro lavoro. Nell’organizzazione dei consigli, la democrazia politica sparisce perché sparisce la politica stessa, lasciando il posto all’economia socializzata. La vita e il lavoro dei consigli, composti e animati dagli operai, organi della loro cooperazione, consistono nella gestione pratica della società, guidata dalla conoscenza, dallo studio permanente e da una costante attenzione» (108). Nel nuovo ordine le attività di carattere artistico e culturale avrebbero avuto maggiore possibilità di espressione e di sviluppo, grazie alla libertà personale, all’eliminazione di ogni distorsione a scopo di profitto, alla tensione ideale e alla consapevolezza di partecipare alla costruzione di una umanità migliore, una umanità finalmente liberata e autorealizzata. Una nuova utopia, una nuova ‘città del sole’?


Notas

1. Cfr. C. Malandrino, Scienza e socialismo. Anton Pannekoek (1873-1960), Franco Angeli, Milano, 1987, pp. 109-144.

2. B.A. Sijes, oltre a essere il curatore dell’archivio di Pannekoek, fu l’editore dei suoi ricordi della storia del movimento operaio: cfr. A. Pannekoek, Herinneringen, met bijdragen van B.A. Sijes en E.J. van den Heuvel, van Gennep, Amsterdam, 1982.

3. Di Brendel cfr. il suo primo libro in materia: Anton Pannekoek, theoretikus van het socialisme, Sun, Nijmegen, 1970 e il suo ultimo: Anton Pannekoek, Denker der Revolution, ça ira-Verlag, Freiburg, 2001, dai quali emerge che i decenni trascorsi non ne hanno mutato idee e interpretazioni.

4. Cfr. S. Bricianer, Pannekoek et les conseils ouvrier, EDI, Paris, 1969; H. M. Bock, Zur Geschichte der Holländischen marxistischen Schule, in A. Pannekoek, H. Gorter, Organisation und Taktik der proletarischen Revolution, Verlag Neue Kritik, Frankfurt a/M., 1969; F. Kool, Die Linke gegen Parteiherrschaft, Walter Verlag, Freiburg/in B., 1970. Già negli anni Cinquanta erano apparse lettere tra Pannekoek e Pierre Chaulieu in «Socialisme ou Barbarie», IV, aprile-giugno 1954, pp. 39-43. Da un punto di vista gauchiste si pone lo scritto successivo del francese R. Gombin, Le origini del «gauchisme», Jaca Book, Milano, 1973. Il marxologo Maximilien Rubel pubblicò parte del suo carteggio con Pannekoek col titolo Lettres d’Anton Pannekoek, in «Études de Marxologie», série S, 18, 1976, pp.&nbs;841-932.

5. Cfr. A. Pannekoek, Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai, a cura di P. Rademakers, Feltrinelli, Milano, 1970; Id., Lenin filosofo, ivi, 1972.

6. Cfr. P. Mattick, La prospettiva della rivoluzione mondiale di A. Pannekoek, in AA.VV., Storia del marxismo contemporaneo, «Annali Feltrinelli», Milano, 1973, pp. 344-363. Mattick aveva firmatonel 1960 la prefazione alla prima edizione francese di Lénine philosophe, corredata con note critiche di K. Korsch, Cahiers Spartacus, Paris, s.d.

7. Cfr. C. Malandrino, Scienza e socialismo, cit. Un biennio più tardi vide la luce, in inglese, uno studio nondel tutto scevro da un approccio ideologico: cfr. J. Gerber, Anton Pannekoek and the Socialism of Workers’ Self-Emancipation, Kluwer Academic Publishers, Dordrecht/Boston/London, International Institute of Social History, Amsterdam, 1989 (cfr. la recensione di C. Malandrino in «International Review of Social History», XXXVII, 2, 1992, pp. 271-273).

8. Cfr., a titolo d’esempio, il libro di Ph. Bourrinet, Alle origini del comunismo dei consigli, Graphos, Genova, 1995, nel quale viene ripreso in un apposito capitolo il contributo di Pannekoek.

9. L’ultimo articolo scientifico, di Pannekoek, secondo E.P.J. van den Heuvel, Pannekoek als sterrenkundige in Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 221, fu pubblicato nel 1957: in effetti cfr. A. Pannekoek, Colour Differences in the Milky Way?, «The Observatory», Oxford, LXXVII, 1957, pp. 241-242.

10. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 229.

11. E.P.J. van den Heuvel, Pannekoek als sterrenkundige, cit., p. 220.

12. Ivi,p. 219.

13. A. Pannekoek, Sur le spectre des étoiles, «Archives Neérlandaises des Sciences Exactes et Naturelles», II, t. 12, 1905, p. 127; De lichtkracht van sterren van verschillend spectraaltype, Verslagen van de Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen, 15, p. 94, 20 giugno 1906; De samenhang van spectrum en kleur der sterren, ibidem, p. 216, 10 ottobre 1906. Brevi riassunti delle memorie furono riportati sull’autorevole Astronomischer Jahresbericht, Vili, Reiner Verlag,Berlin,1906, pp. 324-325.

14. E.P.J. van den Heuvel, Pannekoek als sterrenkundige, cit., p. 219.

15. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 241: racconta che quando abitava a Berlino, nel 1908 o nel 1909, andò a visitare Hertzsprung che si trovava a Gòttingen. In quell’occasione l’astronomo danese gli confidò che aveva preso Io spunto da alcune sue memorie per un importante lavoro fotometrico e fotografico sulla variabilità di luminosità della stella polare. Pannekoek narra come egli si sentisse «spaesato» durante quella conversazione su temi scientifico-astronomici, poiché la sua testa era rivolta a questioni sociali e politiche.

16. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., pp. 239-240.

17. A. Pannekoek, De groei van ons Wereldbeeld. Een geschiedenis van de Sterrenkunde, Wereldbibliotheek, Amsterdam, 1951 (trad. inglese: A History of Astronomy, George Alien and Unwin, London, 1961; Interscience Publishers, NewYork, 1961).

18. In effetti, già negli anni della guerra Pannekoek aveva atteso esclusivamente a pubblicazioni storico-astronomiche: De wonderbouw der wereld. De grondslagen van ons sterrenkunding wereldbeeld populair uiteengezet, Van Looy, Amsterdam, 1916; De astrologie en hare beteekenis voor de ontwikkeling der sterrenkunde, Leiden, 1916; De datumberekening in de Babylonische planetentafels, Verslagen van de Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen, 25, 1916, p. 560; De oorsprong van de saros, ibidem, 26, 1917, p. 717; De evolutie van het heelal, tema dei lettorato presso l’università di Amsterdam nel 1918, stampato dapprima in Vragen van den Dag, Amsterdam, 1918 (ma come opuscolo: Van Nifterik, Leiden, 1918).

19. A scopo didattico Pannekoek aveva composto un manuale per le scuole medie superiori (HBS): A. Pannekoek, Kosmografie, van Looy, Amsterdam,1920.

20. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., pp. 243-246. La notizia è anche riferita da H. Zandstra, Levenbericht, cit., p. 2; Bricianer, Pannekoek e i consigli operai, cit., p. 10, confonde la carica di vice direttore alla quale Pannekoek era stato proposto con quella di direttore, che non era vacante perché era occupata da De Sitter. Vice direttore unico divenne Hertzsprung.

21. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit.,p. 246.

22. E.P.J. van den Heuvel, Pannekoek als Sterrenkundige, cit., p. 219. L’attuale direttore dello Sterrenkundige Instituut di Amsterdam si dice sicuro del fatto che Pannekoek fu tra i massimi astronomi olandesi. Del resto colpisce la vastità e l’articolazione del suo programma di ricerca, sviluppato in circa vent’anni di lavoro, in un periodo in cui la specializzazione in un determinato indirizzo era ritenuta opportuna. I risultati sperimentali e teorici conseguiti in ciascun settore da Pannekoek sono stati valutati di primaria importanza.

23. A. Pannekoek, Researches on the Structure of the Universe. The Local Starsystem Deduced from the Durchmusterung Catalogues, Publications of the Astronomical Institute of the University of Amsterdam, Stadsdrukkerij, Amsterdam, 1924, pp. 1-120; The Space Distribution of Stars of Classes A, K and B Derived from the Draper Catalogue, ivi, pp. 1-87, 1929; The Cape photographic Durchmusterung, ivi; Photographische Photometrie der Nördlichen Milchstrasse, ivi, 1933; Die Südliche Milchstrasse, Annalen van der Bosscha-Sterrenwacht, vol. II, Bandoeng, 1932, pp. 1-75. Nonostante gli enormi avanzamenti oggi conseguiti grazie alle più sofisticate tecniche d’osservazione (radiotelescopi, ecc.) il contributo di Pannekoek nell’ambito della costruzione dei sistemi stellari viene ancora apprezzato accanto a quello di Kapteyn: cfr. D.B. Herrman, Geschichte der Astronomie von Herschel bis Hertzsprung, Deutscher Verlag der Wissenschaften, 1973 (consultato nella traduzione inglese: The History of Astronomy from Herschel to Hertzsprung, Cambridge University Press, Cambridge,1984, pp.137-138).

24. E.P.J. van den Heuvel, Pannekoek als Sterrenkundige, cit., p. 223.

25. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 270 ss. racconta che durante la festa per la consegna del diploma si incontrò con Carnap e con il filosofo neoaristotelico Werner Jaeger. Le memorie sulla nebulose oscure erano: De afstand van de donkere nevels in Taurus, «Verslagen van de Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen», 29, 1920, p. 524 ss.; Verdere beschouwingen over de donkere nevels in Taurus, ivi, p. 622 ss.; Het locale sterysteem, ibidem, 30, 1921, p. 78 ss. Robert J. Trumpler e Harold F. Weaver, Statistical Astronomy, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, 1953, p. 541, affermano che con tali scritti Pannekoek aveva dato «un potente impulso allo studio delle nebulose oscure sviluppando il primo metodo esatto per la loro analisi». I risultati complessivi di più di vent’anni di studi specifici furono raccolti nel voi. n.7 delle citate Researches on the Structure of the Universe dell’Istituto Astronomico di Amsterdam sotto il titolo: Investigations on Dark Nebulae (1942). Il loro particolare valore è stato rilevato da J.C. Pecker e E. Schatzman, Astrophisique generale, Masson et C. Editeurs, Paris,1959, p. 537.

26. E.P.J. van de Heuvel, Pannekoek als sterrenkundige, cit., p. 225.

27. L.H. Aller, Astrophysics. The Atmospheres of the Sun and Stars, The Ronald Press, New York, 1953, p. 266; A.V. Physics of Stars and Stellar Systems, s.e. Moskva, 1962, p. 375. Pannekoek nutriva grande ammirazione per l’Eddington fisico-astronomo e per la sua vasta e originale opera filosofica. Egli lo stimava «uno dei più geniali tra i moderni pensatori» per aver scritto opere come The Nature of the Physical World, Cambridge University, Cambridge, 1928 e Philosophy of Physical Science, Cambridge University Press, Cambridge, 1939: cfr. Collection B.A. Sijes, IISG, map A17, la lettera di Pannekoek a ignoto (Sijes ipotizzava «Bloch»?) del 28 lug. 1948. Lo scopo di Eddington era di trasporre le acquisizioni relativistiche e quantistiche sul piano filosofico-scientifico. Facendo questo egli restò però sostanzialmente estraneo all’indirizzo neopositivistico ed empirista-logico (da cui però mutuò molte sue idee), mantenendo una sua originale posizione, definita come «soggettivismo selettivo»: cfr. l’introduzione di Maurizio Ma-miani al citato Filosofia della fisica, pp. VIl-XX. Nel Levenbericht van A.S. Eddington, scritto da Pannekoek per commemorare lo scienziato inglese e stampato in Jaarboek der Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen 1944-1945, pp. 1-7, Pannekoek metteva in rilievo gli eccezionali meriti di Eddington e, pur non rifuggendo dal sottolineare gli aspetti idealistici e mistico-religiosi presenti nelle sue concezioni, concludeva: «Egli è tra i pochi che hanno impresso il marchio della loro personalità sulla scienza del loro tempo».

28. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 248.

29. A. Unsold. Physik der Sternatmosphären, Springer Verlag, Berlin-Göttingen-Heidelberg, 1955, p. 325, p. 496 e p. 629; J.A. Hynek, Astrophysics, McGraw-Hill Book Company, New York-Toronto-London, 1951, p. 241 citava il ruolo di Pannekoek nella costruzione dei modello delle atmosfere stellari; V.A. Ambartsumyan, Theoretical Astrophysics, Pergamon Press, London-New York-Paris-Los Angeles, 1958, p. 251, utilizzava calcoli e modelli proposti da Pannekoek in The Stellar Temperature Scale, «Astrophysical Journal», 81, 1936, p. 481.

30. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 251. In particolare cfr. il quarto volume delle citate Researches on the Structure of the Universe: Anton Pannekoek, The Theoretical Intensities of Absorption Lines in Stellar Spectra, 1935.

31. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., pp. 257 ss.; A. Pannekoek, De Nederlandsche Eclipsexpeditie naar Lapland, «Hemel en Dampkring», 25, 1927, pp. 333 ss.; A. Pannekoek, Results of Observations of the Total Solar Eclìpse of fune, 29, 192. Photometry of the Flash Spectrum, «Verhandelingen der Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen», XXXVI, 1928. A. Pannekoek, N.W. Doorn, Photometry of the Chromosphere and the Corona, ivi, 14, n. 2, 1930; A. Pannekoek, The Theoretical Contours Lines, «Monthly Notices», 91,1930-31, pp. 139 ss, e 519 ss.

32. Per questo offrono un resoconto dettagliato le Sterrenkundige herinneringen, cit., pp. 229-274; cfr. A. Pannekoek, Een vluchtig bezoek aan eenige Amerikaansche sterrenwachten, «Hemel en Dampkring», 28,1930, pp 1, 33, 81.

33. Anton Pannekoek, Sterrenkundige herinneringen, cit., p. 273.

34. Pannekoek, divenne anche membro della Reale Accademia Olandese delle Scienze e all’indomani della seconda guerra mondiale toccò a lui indicare le linee di intervento della stessa nel sistema scientifico olandese: cfr. A. Pannekoek, Natuurwetenschap en maatschappij en de taak van de Koninklijke Nederlandsche Akademie van Wetenschappen, discorso pronunciato nell’assemblea del dicembre 1945 e reso noto in data 1 novembre 1984 a chi scrive (non esistendo altri riferimenti) dal figlio, Antonie Johannes, che possiede la copia del padre. Si tratta di un ragionamento particolareggiato sulle prospettive di sviluppo delia scienza nel mondo contemporaneo, sull’organizzazione dell’insegnamento medio e superiore, sull’organizzazione di un’attività di ricerca scientifica tesa allo sviluppo sociale.

35. A. Pannekoek, Das Wesen des Naturgesetzes, «Erkenntnis», III, 1932-1933, Leipzig, p. 395.

36. L’unico accenno a questo tratto è stato fatto da Danilo Zolo, Scienza e politica in Otto Neurath, Feltrinelli, Milano, 1986, p. 142, dove afferma: «Difficilmente precisabili sono i rapporti di Neurath con l’ala radicale della socialdemocrazia mitteleuropea, in particolare con Karl Korsch e Anton Pannekoek, entrambi interessati al tema della «socializzazione» vicini all’empirismo logico e collaboratori saltuari di «Erkenntnis». Sia Korsch che Pannekoek sono inoltre, come Neurath, severamente critici delle tesi sostenute da Lenin in Materialismo ed empiriocriticismo». Non è dato in effetti di riscontrare indizi di una relazione personale e intellettuale tra Pannekoek e Neurath (1882-1945), il pensiero del quale, come emerge dalla ricostruzione di Zolo, sembra presentare spunti di notevole rassomiglianza con quello dell’olandese. Cfr. in particolare a p. 31 ss.: La scienza come «strumento per la vita, alle pp.&nsp;49 ss., la critica di Neurath al «solipsismo» della carnapiana Logische Aufbau der Welt, di cui si occupò anche Pannekoek (cfr. infra, p. 216); alle pp. 119-123, Il marxismo come sociologia empirica, dove la concezione scientifica del marxismo e il rapporto tra struttura e sovrastruttura sono tratteggiati in termini simili a quelli di Pannekoek. Tuttavia, mentre Neurath elaborò la sua filosofia in stretto contatto con gli autori principali dell’austro-marxismo, Pannekoek agiva al di fuori di qualunque movimento politico-culturale organizzato. Il suo rapporto con Reichenbach, confermato dall’esistenza di un carteggio fra i due, conservato nella «Collezione Sijes» dell’IISG, negli anni ’30 e ’40, si svolse all’insegna dell’interesse filosofico che l’olandese nutriva per l’indirizzo neopositivista.

37. A. Pannekoek, Twee natuuronderzoekers in de maatschappelijk-geestelijke strijd, «De Nieuwe Tijd», XXII, 1917, pp. 300-314, 375-392. Il saggio di Pannekoek prendeva in esame il libro del botanico e biologo Lotsy, Der Wereldbeschouwing van een natuuronderzoeker, M. Nijhoff, S. Gravenhage, 1917 e i contributi del fisico, filosofo e infine, al termine della sua carriera, pedagogo, Kohnstamm: Determinisme en natuurwetenschap, 1908 e Id., Warmteleer, Maatschappij voor goede en goedkoope lectuur, Amsterdam,1915.

38. S. Bricianer, Pannekoek e i consigli operai, cit., pp. 13-16.

39. Ibidem, p. 15.

40. A. Pannekoek, Twee natuuronderzoekers, cit., p. 384.

41. Ivi, p. 382.

42. Ivi, p. 383.

43. Ivi, p. 384.

44. Cfr. A. Pannekoek, De filosofie van Kant en het marxisme, «De Nieuwe Tijd», VI, 1901, pp. 549-564, 605-620, 669-688.

45. A. Pannekoek, Het historische materialisme, «De Nieuwe Tijd», XXIV, 1919, pp. 15-22, 52-58; Id., Society and Mìnd in Marxian Philosophy, «Science and Society»,I, 4, lug.1937, pp. 445-453.

46. H. Reichenbach, La nascita della filosofìa scientifica, Il Mulino, Bologna, 1961, con una introduzione di Alberto Pasquinelli e in appendice la bibliografia degli scritti di Reichenbach. Cfr. in particolare il cap. XIV, Conoscenza e previsione, pp. 222-242. Di specifico interesse è quanto scrive Giuliano Toraldo di Francia, L’indagine del mondo fisico, Einaudi, Torino, 1976, pp. 412 sgg. Secondo Toraldo di Francia fu il rigido e ingenuo determinismo leibniziano a esser messo in crisi non solo dal principio di indeterminazione, ma prima ancora dal complessivo sviluppo scientifico tra ’800 e ’900: il concetto antropomorfico di causalità venne ridimensionato nell’ambito della fisica.

47. H. Reichenbach, Kausalität und Wahrscheinlichkeit, «Erkenntnis», I, 1930-1931, pp. 158-189. Pannekoek intervenne con il citato Das Wesen des Naturgesetzes. Molti anni dopo, in una lettera a un corrispondente di New York, Gerald M. Lucas, interessato alla conoscenza di Dietzgen, Pannekoek affermava: «(Das Wesen des Naturgesetzes) fu un tentativo di trattare un argomento di base della discussione allora in corso tra i positivisti lungo la linea direttrice delle nostre idee fondamentali. Per quanto ne so, non riscosse la minima eco»: Cfr. lettera in data 7 gen. 1953, «Collezione Sijes», IISG, cit. Dev’essere sottolineata questa ammissione di Pannekoek perché permette di rilevare la sua posizione estranea ed esterna al dibattito tra i neopositivisti.

48. W. Heisenberg, Wandlungen in den Grundlagen der Naturwissenschaft, S. Hirzel, Leipzig, 1935.

49. A. Pannekoek. DasWesen des Naturgesetzes, cit., p. 389.

50. Ivi, p. 390.

51. Ivi, p. 391.

52. Ivi,p. 392.

53. Ivi, p. 393.

54. Ivi, p. 398.

55. Ivi, p. 400.

56. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 217. L’olandese lamentava quindi che a causa della scarsità di mezzi finanziari il libro avesse potuto essere solo ciclostilato in pochi esemplari e quindi era passato inosservato. Ma egli diceva di essere convinto della necessità di pubblicarlo in stampa «per far emergere ii vero carattere del partito comunista russo e per approfondire le basi del marxismo». L’edizione russa del libro dì Lenin era uscita nel 1908. Pannekoek utilizzò la prima edizione tedesca: V.I. Lenin, Materialismus und Empiriokritizismus, Verlag für Literatur und Politik, Wien, 1927 (trad. it., Materialismo ed empiriocriticismo, Editori Riuniti, Roma,1973). La prima edizione di Lenin filosofo fu in tedesco: J. Harper, Lenin als Philosoph, Bibliothek der «Räte-korrespondez», Amsterdam, 1938. Seguirono le traduzioni in inglese e spagnolo (1948). in francese (1970) e infine in italiano: Anton Pannekoek, Lenin filosofo, Feltrinelli, Milano,1972.

57. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 217. L’edizione russa del libro dì Lenin era uscita nel 1908. Pannekoek utilizzò la prima edizione tedesca: V.I. Lenin, Materialismus und Empiriokritizismus, Verlag für Literatur und Politik, Wien, 1927 (trad. it., Materialismo ed empiriocriticismo, Editori Riuniti, Roma,1973). La prima edizione di Lenin filosofo fu in tedesco: J. Harper, Lenin als Philosoph, Bibliothek der «Rätekorrespondenz», Amsterdam, 1938.

58. Su questi temi si rinvia a C. Malandrino, Scienza e socialismo, cit., pp. 29-61 e 201-211. L’articolo di Reichenbach, Kausalität und Wahrscheinlichkeit, «Erkenntnis», I, 1930-1931, pp. 158-189 aveva suscitato particolare interesse in Pannekoek, che aveva mandato una risposta alla rivista, cfr. Pannekoek, Das Wesen des Naturgesetzes, ivi, III, 1932-33, pp. 389-400.

59. In una recensione («Living Marxism», IV, 5, 1938, pp. 138-144) al libro di J. Harper, ripubblicata in K. Korsch, Dialettica e scienza sul marxismo, intr. di G. E. Rusconi, Laterza, Bari, 1974, pp. 151-164, Korsch notava come non esistesse una relazione altrettanto magistrale, sul contenuto scientifico essenziale dell’opera di Mach e Avenarius, di quella limitata in circa venticinque pagine dedicate nell’opuscolo ai due scienziati.

60. A. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., p. 54.

61. Ivi, p. 69.

62. A. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., pp. 57-59 e p. 67.

63. A. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., p. 60.

64. Ivi, p. 67.

65. E. Mach, Analyse der Empfindungen, Fischer, Jena, 1886, (tr. it., Analisi delle sensazioni, Bocca, Torino, 1903). A p. 63 di Lenin filosofo, Pannekoek, commentando una nota di un’opera successiva di Mach, Erkenntnis und Irrtum, J.A. Barth, Leipzig, 1905 (trad. it., Conoscenza ed errore, Einaudi, Torino, 1982) diceva: «Qui... lo spirito antimaterialista del mondo borghese comincia a farsi largo, in quanto si rinuncia di colpo alla tipica caratterizzazione degli elementi, cauta, ben ponderata e neutra del passato, definendoli elementi «psichici». Con questo il mondo fisico è stato inserito nella totalità unitaria di tutto ciò che è psichico».

66. R. Carnap, Die Logische Aufbau der Welt, Weltkreis-Verlag, Berlin, 1928 (tr. it., La costruzione logica dei mondo, Fabbri, Milano, 1966). Pannekoek prende in considerazione l’impostazione fenomenistica e solipsistica della prima fase della filosofia di Carnap, da questi superata in seguito alle critiche mossegli da Neurath, cfr. D. Zolo, Scienza e politica in Otto Neurath, Feltrinelli, Milano, 1986, pp. 49 ss.

67. Ivi, pp. 79-81.

68. Ivi, p. 81.

69. Ivi, p. 83.

70. Ivi, pp. 110 ss.

71. Una critica delle tesi di Pannekoek è sviluppata da S. Timpanaro, Karl Korsch e la filosofia di Lenin, «Belfagor», XXVIII, 1, 1973, in particolare pp. 2-12.

72. A. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., p.102.

73. A. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., p. 106, e, con riferimento a Plechanov, pp. 110-111.

74. Ivi, p. 107.

75. E. Haeckel, Die Welträtsel, E. Strauss, Bonn,1899.

76. A. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., p 110.

77. Ivi, p. 112. Precisamente, aggiungeva a p. 116; «L’arma teorica dei proletariato è la scienza dello sviluppo sociale. La lotta contro la religione per mezzo della conoscenza della natura non ha per esso un significato in sé, poiché sa che attraverso lo sviluppo del capitalismo, specialmente attraverso la sua lotta di classe, la religione si sradicherà. Non sa che farsene del fatto ovvio che i pensieri nascono nel cervello. Essa deve sapere come nascono le idee nella società. Questo è il contenuto del marxismo...».

78. Ivi, p.117.

79. Ivi, p.119.Più volte Pannekoek definì Lenin come il ‘Washington russo’.

80. A. Pannekoek, Why Post-Revolutionary Movements Failed, «New Essays», V, 1940, pp. 19-28.

81. [A. Pannekoek], Vijftien jaren Russische revolutie, «PIC», V, 18, nov. 1932, pp. 4-7.

82. Ivi, p. 4.

83. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., p. 117.

84. Ivi, p. 120.

85. Ivi, p. 122.

86. Sulla polemica sviluppata da Lenin contro Pannekoek (indicato nello pseudonimo di Horner) con lo scritto L’estremismo, malattia infantile del comunismo (1920), Editori Riuniti, Roma, 1974, cfr. Malandrino, Scienza e socialismo, cit., pp. 180 ss.

87. [A. Pannekoek], Partij en arbeidersklasse, «PIC, IX, 1, gen. 1936, pp. 6-10 (tr.inglese The Party and the Working Class, «International Council Correspondence», II, 9/10, set. 1936, pp. 43-47) ripubblicato in Anton Pannekoek, Partij raden, revolutie, a cura di J. Kloosterman, van Gennep, Amsterdam, 1970. Si veda anche A. Pannekoek, On the Communist Party, «International Council Correspondence», II, 7, 1936, pp. 1-11.

88. [A. Pannekoek], Vijftien jaren Russische revolutie, cit., pp. 4-5.

89. Ivi, p. 7.

90. Ciò avveniva prima delle elaborazioni dei comunisti jugoslavi, cfr. «Archivio Pannekoek», IISG, map 108-4, lettera di Pannekoek ad Ante Ciliga del 25 dicembre 1946. L’olandese ringraziava il vecchio militante comunista iugoslavo, deportato da Stalin in Siberia, per l’invio del suo libro più famoso, edito originariamente in francese: A. Ciliga, Au pays du grand mensonge, Gallimard, Paris 1938.

91. [A. Pannekoek], Vijftien jaren russische revolutie, cit., p. 7.

92. [A. Pannekoek], De arbeidersklasse en de revolutie, «Radencommunisme», II, 4, mar. 1940, pp. 4-5.

93. Dopo il 1921 Pannekoek non credette più necessario né opportuno aderire a un partito o a un’organizzazione internazionale. In una lettera dei 12 marzo 1927, inviata a C. van der Meer, segretaria della sezione di Amsterdam del Partito comunista operaio d’Olanda (KAPN) precisava che egli non era mai stato iscritto al partito e giustificava tale scelta dicendo: «Io considero l’organizzazione basata sui partiti e la concezione della militanza in un partito in gran parte come un residuo della prima fase socialista del movimento operaio»: cfr. la lettera di Pannekoek in data 12 marzo 1927, «Archivio Canne Meijer», IISG, map 37.

94. A. Pannekoek, Prinzip und Taktik, «Proletarier», Berlin, VII, 7, luglio 1927, pp. 141-147; 8, agosto 1927, pp. 178-186.

95. Gottfried Mergner, Gruppe Internationale Kommunisten Hollands, Rowoholt, Reinbek bei Hamburg, 1971; Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 350, note 146, 147.

96. L’opuscolo vide la luce in ediz. tedesca: Grundprinzipien kommunistischer Produktion und Verteilung, Neuer Arbeiterverlag, Berlin, 1930, poi in olandese: Grondbeginselen der communistische productie en distributie, Uitgave van de GIC, giugno 1931, Amsterdam.

97. Anton Pannekoek, Herinneringen, cit., p. 215. P. Mattick, La prospettiva della rivoluzione mondiale, cit., p. 362 sbaglia nel sostenere che Pannekoek partecipò alla redazione del documento. Ciò è negato dallo stesso Pannekoek.

98. Tali considerazioni sono svolte – fra le altre – in alcune carte inedite conservate in «Archivio Pannekoek», IISG, map 11, genericamente intitolate AAU. Cfr. in particolare la 111-4.

99. Ivi, p. 321.

100. Il testo di H. Grossmann, Das Akkumulatìons-und Zusammenbruchsgeselz des Kapitalistischen System, Hirschfeld, Leipzig, 1929, fu criticato severamente da A. Pannekoek nell’articolo Die Zusammenbruchstheorie des Kapitalismus, «Ràtekorrespondenz» I, giugno 1934. Nelle Herinneringen, cit., p. 216, Pannekoek affermava che secondo P. Mattick il libro di H. Grossmann sarebbe servito «come base per un nuovo movimento operaio rivoluzionario». Anche H. Canne Meijer ne era stato suggestionato. A. Pannekoek fu duro con H. Grossmann che definiva «fracassone borghese». P. Mattick difese la sua interpretazione in Zur Marxschen Akkumulations-und Zusammenbruchstheorie, «Rätekorrespondenz», 4, 1934 (tr. inglese in «Living Marxism», 2, novembre 1934: Henryk Grossmann’s Interpretation of Marx Theory of Capitalist Accumulation).

101. P. Aartsz [A.P.], De arbeidersraden, cit. (d’ora in poi le cit. saranno tratte dall’ediz. fr. Les conseils ouvriers, Bélibaste, Paris, 1974, nella trad. dallo scrivente).

102. Cfr. C. Malandrino, Scienza e socialismo, cit., pp. ?

103. Pannekoek, Les conseils ouvriers, cit., pp.  ;123 e 191.

104. Pannekoek, Les conseils ouvriers, cit.,p. 61.

105. Ivi, p. 69.

106. Ivi, p.121.

107. Ivi, p.123.

108. Pannekoek, Les conseils ouvriers, cit., p.  ;125.


Compiled by Vico, 8 June 2016